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MAESTRI PROGETTO SCIENTIFICO a cura di Don Alessio Geretti

Maestri
PROGETTO SCIENTIFICO
a cura di Don Alessio Geretti

1. L'IDEA E GLI OBIETTIVI DELLA MOSTRA

Ognuno di noi nella sua vita ha incontrato dei maestri, che hanno lasciato in noi un segno incancellabile e hanno piantato nella nostra memoria una fiaccola che resta accesa anche noi momenti di grande buio; senza l'incontro con queste persone, non saremmo quello che siamo.
Ognuno di noi nella sua vita ha la possibilità, forse il dovere, di essere – pur senza presunzione alcuna – maestro per qualcun altro, che ci è stato affidato o che si affianca a noi, al quale trasmettere quel che ci sembra d'aver imparato, tanto nel campo delle nostre attività quanto in quello del senso della vita stessa.
Non esiste comunità né disciplina o arte o credo senza i suoi maestri e i suoi discepoli, senza chi insegna e trasmette e chi apprende. La trasmissione del sapere, del saper essere, del saper giudicare e del saper fare ha più conseguenze sullo sviluppo di una società rispetto a quante ne abbiano le innovazioni tecnologiche o le dinamiche economiche e politiche. Nel progresso, il sapere è futuro.
La mostra «Maestri» è un'indagine sull'iconografia dei grandi maestri di tutti i tempi che l'arte ha colto nella loro missione – filosofi, docenti, educatori, esperti di qualche mestiere o istruttori di musica o danza, di pittura o scultura, guide spirituali, fino a Cristo stesso –: molte sono le opere d'arte che colgono i contatti, gli ambienti e i momenti nei quali alcuni uomini e alcune donne hanno saputo o hanno almeno tentato di ispirare altri uomini e altre donne affinché non tanto seguissero le loro orme ma cercassero quel che loro cercavano. La ricerca iconografica sui maestri e sui discepoli diventa così un avvincente viaggio di bellezza nei testi della letteratura classica e della mitologia greca, nei testi della Sacra Scrittura e in alcune pagine della storia e della letteratura medioevale e moderna.
La mostra è concepita come una meditazione d'arte che solleva formidabili domande, suggerendo alcune risposte custodite dalla cultura occidentale e dalla rivelazione cristiana:
1. che significa essere maestri e come si impara ad esserlo?
2. le nostre comunità umane avranno ancora maestri?
3. che maestri troviamo al cuore delle culture e delle religioni?
La mostra rivela come il linguaggio dell'arte figurativa abbia saputo rendere percepibili quelle grandi domande, facendo quasi rivivere la fascinazione degli incontri con grandi maestri, dedicando loro monumenti di riconoscenza, raccontando talvolta la dolorosa incomprensione o assenza di maestri o la indispensabile nostra fatica di imparare e di impostare tutta la vita come un imparare continuo. La mostra sarà inoltre costruita come educazione all'iconografia, presentando anche temi rari e di non immediata decifrabilità, in modo da renderne nuovamente comprensibile la lettura e il simbolismo.

2. CHE SIGNIFICA ESSERE MAESTRO?
Dopo aver imparato da molti e dopo aver insegnato già in diverse forme, sentiamo forse crescere in noi l'incertezza riguardo al significato e perfino alla legittimità della parola «maestro», un termine che abbraccia molte sfumature possibili tra i due estremi di un esaltante senso di vocazione e di una grigia vita di routine. È un termine che può essere attribuito a diverse tipologie umane, da quella del maestro carismatico a quella del distruttore di anime.
Il vocabolo stesso contiene un'ambivalenza su cui riflettere. Il latino magister si riferisce ad uno che è magis, cioè di più, in qualche modo superiore all'altro; il francese maître significa padrone, e quindi signore dell'altro. Rabbì è in lingua ebraica un termine analogamente ambiguo. Infatti letteralmente significa "mio grande" (da rav, grande, potente). Quindi è un titolo di prestigio. Si riesce così a capire una frase di Mt 23,8-10: «Voi non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è il vostro didàskalos (maestro) e voi siete tutti fratelli. E non fatevi chiamare kathegetài». Kathegetài è un vocabolo tradotto in latino con magistri, ma in realtà il termine in greco significa: colui che guida, colui che indica la strada.
Si deve perciò preliminarmente fare questa considerazione: la posizione e l'attività del maestro può esporre alla tentazione dell'arroganza del potere o di una superiorità sprezzante. Questo aspetto era proprio degli scribi, i maestri per eccellenza al tempo di Cristo, che «disprezzavano questo popolo che non conosce la legge e i profeti». Sono maestri-padroni.
Lo stesso Vangelo indica, invece, come si è veri maestri. Lo testimonia una frase capitale nel vangelo di Giovanni (13,13-15): «Voi mi chiamate ho didàskalos kài ho kyrios. E dite bene, perché lo sono». Cristo dunque accetta, per sé, entrambi i titoli, entrambe le dimensioni della parola rabbì: didàskalos, guida, e kyrios, signore. Ma subito dopo ecco la descrizione del modo per essere veramente guide e signori: «Se dunque io, ho kyrios kài ho didàskalos, signore e guida, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni degli altri». La strada autentica del vero magistero è quella del ministero, del "minus-stare", è quella del servizio e della dedizione.
In questo senso, chi ha saputo farsi per noi maestro, servendoci e talvolta consumandosi per farci crescere, ha un valore tale nella nostra vita che gli è davvero conforme quell'onore affettuoso e riconoscente inscritto nel "di più" di quel titolo.


3. LA PRIMA REGOLA: UNA RELAZIONE D'AMORE.
Le categorie di magistero, insegnamento, educazione, formazione, apprendistato, implicano anzitutto una relazione da soggetto a soggetto, una relazione intensa connotata da una asimmetrica reciprocità e da una efficace empatia. Essere maestri è in ultima analisi una questione d'amore – e lo è anche in un altro senso, che tra poco prenderemo in considerazione –: la relazione significativa, cioè quella permeata da autentico amore reciproco, è la migliore condizione possibile affinché il sapere e la vita di un soggetto incidano il segno nel sapere e nella vita dell'altro. Chiarezza nell'illustrare o buona strategia nell'addestrare sono senza dubbio requisiti vantaggiosi per un maestro, ma i migliori risultati li otterrà con le persone che quel maestro avrà amato in modo tale che esse se ne sono accorte. Questa relazione è reciproca, come pure la sua povertà o il suo fallimento, poiché anche il discepolo ama il maestro, oppure lo patisce o lo sfiora con sufficienza e distrazione, magari perdendo occasioni d'oro a portata di mano per la superficialità cronica in cui s'è ridotto a vivere. La reciprocità, poi, è anche quella degli effetti, oltre che quella degli affetti: mentre la vita dei discepoli è segnata dai loro migliori maestri, anche la vita dei maestri è indelebilmente segnata da quella dei loro discepoli più amati e più impegnativi. Nessuno dei due soggetti è il medesimo dopo l'instaurarsi della loro relazione e il tempo della formazione. Tuttavia, la reciprocità è asimmetrica, perché il maestro deve avere e mettere a disposizione un vero "di più" per il discepolo. In effetti, se correttamente intesa, la reciprocità autentica non coincide con una relazione necessariamente simmetrica, impostata secondo il paradigma contrattualistico: il movimento tra maestro e discepolo si costruisce fondandosi sul reciproco riconoscimento delle differenze e non sulla illusione di una loro inesistenza o sospensione. La relazione parentale tra genitori e figli o quella terapeutica tra medico e paziente sono altri esempi di relazione in cui l'asimmetria dei ruoli non contraddice la pari dignità delle persone. Infine, la relazione tra maestro e discepolo esige una efficace empatia, vale a dire la percezione interiore e soggettiva dell'altro, della sua esperienza e perciò del maestro è priva di un sapere fondamentale, ignora il vissuto e le esigenze e le predisposizioni e i pregiudizi del discepolo, al quale egli vorrebbe trasmettere un bene come se volesse entrare in una dimora senza conoscerne l'indirizzo esatto e le porte d'accesso.
La relazione qui descritta ispira l'esperienza magistrale, ma può anche essere disattesa e gravemente smentita o completamente rovesciata in determinati casi. Ci sono maestri che hanno distrutto i loro discepoli sia psicologicamente sia, in qualche caso, fisicamente. Ne hanno spento gli spiriti, consumato le speranze, sfruttando la loro dipendenza e la loro individualità: l'anima ha i suoi vampiri. Come contrappunto, esistono discepoli, allievi, apprendisti che hanno scalzato, tradito o rovinato i propri maestri. Quando invece la relazione magistrale è vissuta nell'amore di reciproca fiducia, essa è un benefico processo di interazione, di osmosi, di una intensità tale da generare amicizia nel più alto senso della parola: si pensi a Socrate e Alcibiade, Abelardo ed Eloisa, Heidegger e Arendt. Ci sono perfino discepoli che si sono sentiti incapaci di sopravvivere ai loro maestri.
Il contatto con un maestro, inoltre, genera un legame d'amicizia anche tra i discepoli. Anche per questo, le scuole sono uno degli azzardi più belli della società civile e della Chiesa, sono atti d'amore tra i più alti: insegnare il linguaggio, insegnare a parlare e ad ascoltare, insegnare ad apprendere, insegnare a modulare l'espressione di sé e l'interpretazione dell'altro, mettere in comunicazione le menti, partecipare al pensiero, agli affetti, alle invenzioni e alle avventure delle generazioni umane, insegnare a distillare le tradizioni e ad assimilare il nuovo... La scuola è il luogo meraviglioso dove si assimilano le fondamenta di quello che dovremmo chiamare "diritto fraterno", senza il quale né il diritto civile né il diritto penale né gli altri capitoli del diritto sarebbero in grado di garantire una società di persone libere e di uguale dignità. Nelle cosiddette società avanzate, gli spazi e i momenti di incontro con un maestro sono l'ultima forma di iniziazione al legame sociale che ci è rimasta, prima che dilaghi un individualismo totale e tribale.


4. LA SECONDA REGOLA: LA PASSIONE PER IL SAPERE.
Vi è un'altra ragione per cui l'insegnamento è un atto d'amore: esso nasce dalla passione per il sapere. Chi non è attraversato da questo fremito interiore non può essere un vero maestro. Diceva Ferdinand Ebner: «Ogni sventura nel mondo deriva dal fatto che raramente gli uomini sanno dire la parola giusta. La parola senza amore è sempre una parola sbagliata ed è già un abuso umano del dono divino della parola». Maestro è colui che nel trasmettere quel che insegna irradia dalla sua persona, dei suoi occhi e dalla sua bocca, un percepibile anelito a gustare in pienezza quel che sta trasmettendo e il bisogno di cercare di conoscerlo a fondo e la gioia di averlo conosciuto. Ci tiene davvero al sapere: è senz'altro capace di immergersi nella relazione con i discepoli e di investire tutte le sue forze nella capacità di incontro e ascolto e dialogo, ma vuole con tutta la sua anima che attraverso quella relazione i discepoli cerchino e trovino e ammirino il sapere, e non potrà mai accontentarsi di un compiacimento tutto risolto nell'armonia spensierata dei compagnoni al bar, o nell'inseguire di volta in volta ciò che è già tra gli interessi, spesso effimeri, dei discepoli. Il maestro sa molte cose, ma soprattuto sa che il sapere conta, conta tantissimo, almeno tanto quanto fanno male ed anzi malissimo l'ignoranza, l'approssimazione o la falsità. Il maestro non sopporta di spiegare qualcosa accorgendosi che non è in grado di argomentarlo davvero, non sa capacitarsi del pressapochismo con cui si risolvono questioni per le quali schiere di studiosi hanno sudato e lottato e discusso alla ricerca di una solida chiarezza. E tutto ciò non deriva da un nevrotico attaccamento all'astrazione e da una pervicace propensione per il cavillo: la passione per il sapere è propria di chi ha un formidabile senso della realtà e un costante allenamento a considerare la vita quotidiana in atto: il maestro è uno che sa che il sapere rovescia le tirannie, rende possibili i progressi, fa stare in piedi per millenni le cattedrali e i ponti, guarisce le malattie, sviluppa le imprese, affranca le persone da tristi condizioni di minorità, dilata le proporzioni interiori e aiuta persino l'umiltà – giacché un po' di sapere può insuperbire, ma molto sapere riconduce alla prudenza e all'evidenza di quanto ancora non sappiamo e non sapremo mai –.
Per apprezzare ancora di più l'importanza del sapere, cardine della vita di un maestro, occorre poi rammentare – come ci insegna con particolare chiarezza e tragicità il secolo da poco concluso – che tra ideologie e ignoranza vi è uno strettissimo vincolo, come pure tra violenza e menzogna. La violenza non può sostenersi da sé, se non rapportandosi sistematicamente con la falsità: tra queste due degenerazioni dello spirito umano la connessione è intima, necessaria. Chi sceglie la violenza come metodo deve inesorabilmente adottare la menzogna come principio, e viceversa. Mentre in un primo tempo ogni forma di oppressione opera platealmente e persino con una certa fierezza, essa per sopravvivere ha progressivamente bisogno di un sempre più abbondante repertorio di bugie: ancora oggi in una parte consistente del pianeta gli esseri umani patiscono le conseguenze inique di sistemi politici, economici e religiosi fondati su tale perverso meccanismo. Ebbene, gli uomini liberi condividono tra loro (ed anche con la Chiesa) la convinzione che una parola di verità potrà ribaltare il mondo e dunque tengono in massima considerazione i maestri, gli studiosi e tutte le forme di trasmissione della conoscenza e della passione per la sua ricerca. Non a caso, i regimi fanatici o totalitari bruciano le biblioteche o non vogliono la libera scuola, la commissariano violentemente, poiché non possono in alcun modo tollerare il contatto con la realtà, la ricerca appassionata del sapere e l'esistenza di punti di vista che rifiutino il filtro dell'ideologia.
Il magistero come atto di amore, quindi, è passione perché molti sappiano ciò che il maestro sa. L'idea di un maestro autistico, incapace o contrario a condividere la sua dottrina, è contraddizione, anche se talvolta avviene che una gelosia del sapere avveleni la mente e l'atteggiamento del maestro impedendogli di essere tale. Alcuni non vogliono che il loro segreto sia trasmesso. Altri ritengono che la dottrina o l'abilità da insegnare siano troppo pericolosi per essere comunicati a qualcuno: devono morire con il maestro. Esempi di questo genere si trovano nella storia dei miti cabalistici e alchemici. Più spesso, si propone che solo una manciata di eletti, di iniziati, riceva la vera eredità del maestro, mentre al pubblico comune sarà data in pasto una versione volgarizzata della dottrina. Ma tutte queste sono malattie dell'essere maestri, non sue possibili varianti.
L'amore per il sapere che arde l'anima di un maestro non è soltanto passione per condurre altri al sapere: è prima di tutto anelito instancabile a sapere sempre più a fondo. Giova a questo proposito una breve annotazione filologica tratta dalla Scrittura in lingua ebraica. Lamàd, insegnare, è il verbo fondamentale del maestro. A dire il vero, lamàd non vuol dire insegnare, ma imparare. Però, curiosamente, nella forma intensiva, limmed, diventa insegnare. Imparare e insegnare hanno la stessa radice verbale, come a dire che insegnare suppone un imparare doppio, suggerendo specularmente che chi per imparare bene devi prefiggerti di saper insegnare ciò che vuoi sapere. Perfino nel caso di Cristo si può affermare tutto questo: alla domanda da dove Gesù abbia acquisito le sue conoscenze, Giovanni risponde nel suo Vangelo che Gesù è maestro poiché tutto ciò che egli dice e fa lo ha visto e udito dal Padre (cfr. Gv 5,19.30; 7,14-18; 8,26).


5. LA TERZA REGOLA: LA SPERANZA.
Se da un lato il maestro è ingaggiato in una seria capacità di relazione empatica e dall'altro è un appassionato del sapere, della sua ricerca e della sua trasmissione, egli deve essere anche sorretto da una indomabile speranza. C'è infatti qualcosa nel suo intimo, a volte anche contro la più smaccata evidenza, che gli suggerisce che le persone davanti a lui custodiscono, forse senza accorgersene o senza dare a ciò una grande importanza, una potenzialità che merita ogni possibile sforzo. Il maestro ha una chiaroveggenza prossima all'allucinazione, intravvede un possibile frutto e un moto di attrazione per la conoscenza anche nel più refrattario, deludente o ingovernabile dei discepoli. Le tenta tutte. Oltre ogni ragionevole calcolo. Intinge il boccone perfino nell'ultimo pasto consumato accanto al traditore, sperando che ancora se ne possa cavare fuori un vero discepolo; e resiste quel che basta affinché dal ladrone moribondo salti fuori a sorpresa e fuori tempo massimo il santo che chissà per quali incredibili vicissitudini vi era imprigionato dentro. Se iniziasse ipotizzando che esistano le cause perse dal principio, non sarebbe un maestro. Tale è la vocazione del maestro. Indurre in altri l'amore per quello che amiamo; risvegliare in un altro essere umano forze e sogni che non sapeva di avere, addirittura superiori alle proprie; fare del proprio intimo presente il loro futuro: è un'avventura senza pari. Anche a proporzioni contenute, come quelle del lavoro di un maestro di scuola, insegnare, e insegnare bene, significa essere complici di possibilità immense e trascendenti. Una volta risvegliato, quel bambino esasperante dell'ultima fila potrà scrivere pagine o concepire teoremi che terranno moltitudini intere impegnate per secoli ad ammirare la grandezza dello spirito umano.
La speranza del maestro, inoltre, si spinge anche più in là. È l'ambizione di chi spera di essere confutato e superato dalla scoperta del suo allievo. Ha l'occhio e il fiuto di distinguere nell'allievo un talento e un avvenire che vanno oltre i propri, e lo promuove senza alcuna reticenza o invidia. Isaac Barrow si dimette dalla sua cattedra di professore lucasiano in favore di Isaac Newton. David Hilbert non resta imbarazzato dalle conclusioni raggiunte da Kurt Gödel che dimostrano definitivamente il limite delle ricerche care al maestro. I maestri sono fieri d'essere al servizio di un mandato assai superiore a loro stessi.


6. LA QUARTA REGOLA: LA CREDIBILITÀ.
Quando l'evangelista Luca riporta per Gesù il titolo di «maestro», lo fa ricorrendo al termine greco ἐπιστάτης, "colui che sta sopra, che sta in piedi di fronte" (Lc 8,24.45; 9,49). È un'espressione che indica la quarta responsabilità di un maestro vero: la prima è quella di delicatezza verso i propri discepoli, la seconda di competenza verso il sapere, la terza di tenacia verso l'opera formativa, ma la quarta è la responsabilità di non costituire un intralcio fra il discepolo e la verità con la propria imbarazzante persona. La suprema licenza per l'insegnamento, per l'autorità didattica, si ottiene con l'esempio, non solo e non anzitutto moralmente inteso: l'insegnante dimostra allo studente la propria comprensione della materia, la sua capacità di eseguire l'esperimento chimico o di risolvere l'equazione sulla lavagna, o di saper affrontare la situazione critica durante l'intervento chirurgico in sala operatoria, o di abbozzare dal vivo il modello in gesso o di tracciare a carboncino il disegno del nudo nell'atelier. Con tutto ciò, non è richiesto al maestro di procedere senza errori: la credibilità non pretende soggetti impeccabili, ha solo bisogno di soggetti onesti.
E quando questa credibilità, frutto di un grande sapere e di una grande pratica di vita, connota un maestro nel suo campo, egli a quel punto non solo insegna con le parole pronunciate o scritte, non solo compie gesti che lasciano il segno: un maestro irradia una luce, colpisce e conforta con il suo esserci, con il solo fatto d'esserci. Per questo diventa una grazia non soltanto il suo insegnamento, ma prima di tutto la sua presenza, il bene spirituale che egli trasmette per contatto. Ecco come questa grazia è descritta in uno degli episodi legati alla figura di sant'Antonio d'Egitto:
«Tre padri avevano l'abitudine di recarsi ogni anno dal beato Antonio. Due di loro lo interrogavano sui loro pensieri e sulla salvezza dell'anima; uno, invece, taceva sempre e non chiedeva nulla. Dopo molto tempo, abba Antonio gli disse: "Da tanto tempo vieni qui e non mi chiedi mai niente!" E quello gli rispose: "Mi basta soltanto vederti, padre"» (Apophtegmata patrum, Antonio 27).


7. NEL FUTURO DELLE NOSTRE COMUNITÀ CI SARANNO ANCORA MAESTRI?
I fondamenti del rapporto tra maestri e discepoli, così come li abbiamo illustrati e come la mostra li documenterà, dureranno, in questa epoca segnata da significativi cambiamenti in corso?
L'impatto delle nuove tecnologie e del virtuale sul processo di apprendimento è già imponente. Le lavagne di ardesia sono archeologia. Il monitor può insegnare, esaminare, dimostrare, interagire con una precisione, una chiarezza e una pazienza che superano quella dell'insegnante umano. Le risorse accessibili partendo da una tastiera possono essere sfruttate a volontà. Lo schermo non conosce né pregiudizio né stanchezza. L'allievo, a sua volta, può fare domande, obiettare e rispondere con una dialettica di una efficacia tale che è possibile superi quello del discorso parlato.
Eppure, come per reazione, la diffusione delle teorie più strampalate e delle ipotesi complottistiche più fantascientifiche, il ricorso al saggio terapeuta, al guru e allo sciamano più o meno secolarizzato, sono fenomeni sempre più diffusi, particolarmente nell'insoddisfatto Occidente. Guaritori, mediatori dell'occulto, furbi ciarlatani forse non sono mai stati così numerosi. Il sapere non ci sta guadagnando.
Un'altra mutazione è la più importante. Quale che sia il contesto etnico, il rapporto maestro-discepolo ha le sue profonde radici nell'esperienza religiosa e nel culto. In origine, la lezione del maestro era quella del sacerdote. Questa sacralità, nella filosofia presocratica e classica, fu temporaneamente affievolita, ma non eclissata. Il magisterium del maestro medievale e rinascimentale fu formalmente quello del dottore in teologia, con san Tommaso d'Aquino o sant'Alberto Magno in cattedra. Il carattere teologico della docenza si indebolì con il passare del tempo, ma le sue conseguenze di rito e di "etichetta" rimasero forti durante tutta la modernità laica. Queste forme, queste convenzioni del garbo alimentarono nei confronti dei maestri una reverenza pressoché universale, indiscussa, lampante. Riverire il proprio maestro rispondeva al codice innato e naturale della buona educazione.
Chiamerei, quella attuale, una età dell'irriverenza. Di fronte a chi si alzano ancora in piedi gli studenti? «Plus de maîtres», proclamava una delle scritte sui muri della Sorbona nel maggio del 1968. Le cause di questa profonda trasformazione sono dovute a rivoluzioni politiche, a sommosse sociali e allo scetticismo strutturale che i cambiamenti dei paradigmi scientifici portano con sé. L'ammirazione, per non parlare della reverenza, è passata di moda. Siamo inoltre assuefatti all'invidia, alla denigrazione e a un livellamento verso il basso. Quando aleggia dell'incenso, va in direzione di atleti, pop star, vincitori dei talent show e maghi del denaro. La celebrità, nel modo in cui satura la nostra esistenza mediatica, ha soppiantato la vera fama. Il numero dell'asso del calcio esibito per la milionesima volta sulla tua maglia o la pettinatura che hai mutuato dal cantante in vetta alle classifiche sono la forma contemporanea del discepolato. Ma non conducono a diventare uomini autonomi e autentici, sono solo impulsi mimetici.
Può "la sapienza dei maestri" sopravvivere questi impeti travolgenti?
Deve riuscirci. La brama del comprendere, l'anelito alla sapienza, è un moto inciso nelle profonditò degli uomini e delle donne. L'esigenza di trasmettere il sapere e l'abilità e il desiderio di acquisirle sono delle costanti della condizione umana. Essere maestri ed essere discepoli, l'istruzione e la sua acquisizione, devono continuare fino a che esisteranno delle società. La vita così come la conosciamo non potrebbe andare avanti senza di esse. Nessun mezzo meccanico, per quanto rapido, nessun materialismo, per quanto trionfante, può cancellare la gioia che viviamo quando abbiamo trovato e riconosciuto un maestro. Laddove uomini e donne si affannano, come pellegrini scalzi, a cercare un maestro, la forza vitale dello spirito è salvaguardata.


8. I MAESTRI DELLE SCIENZE, DELLE ARTI E DELLE RELIGIONI
Nell'antichità, come nelle discipline medievali, non esiste un discrimine nettissimo: rapporti analoghi tra maestri e discepoli, tra magister e apprendista, si riscontrano sia nelle materie cosiddette umanistiche sia nelle cosiddette scienze. Rivalità tra scuole filosofiche e cosmologiche o «alchemiche» obbediscono a un modello comune. Nell'Accademia dopo Platone e Aristotele, nelle scuole di medicina dopo Galeno, nei laboratori dell'alchimista e nella torre di osservazione dell'astrologo, le dinamiche di fedeltà o sedizione, di successione o esclusione sono fondamentalmente le stesse. La mostra ne dà testimonianza, ricordando in alcune opere che la relazione tra maestro e discepoli è sempre quella, anche quando dall'aula dell'università medioevale ci si sposta nello studio di un pittore, o nell'antro di un alchimista, o nella bottega di un artigiano al lavoro. Lo sguardo può analogamente spingersi oltre i confini dell'Occidente, a considerare i maestri delle discipline e delle dottrine orientali – perlomeno quelli antichi, senza troppo fidarci delle versioni importate di recente per la fascinazione di rivelazioni esotiche che attraversa il nostro mondo fin dai tempi della Grecia in dialogo con l'Egitto nel Timeo.
Un caso sul quale soffermarci con particolare attenzione è quello di Israele: la necessità di maestri è intrinseca al monoteismo ebraico, li esigono la Torah dettata a Mosè e da lui promulgata ma bisognosa di molti interpreti e scrutatori, così come i libri di profezie e quelli proverbi e meditazioni sapienziali, che costituiscono un repertorio formidabile per i rabbini di Israele e un corso di formazione perpetuo per ogni ebreo. Tra i maestri biblici ci sono anche alcuni sacerdoti e profeti. Basti citare come esempio quel sacerdote di nome Eli, il maestro di Samuele, il maestro spirituale per eccellenza, che non si sostituisce al discepolo ma gli insegna come deve scoprire la sua vocazione, di chi sia quella voce che nella notte lo chiama. E poi, in Neemia 8, il personaggio rifulgente di sapienza è Esdra, il sacerdote, che fa la sua indimenticabile lezione sulla Parola di Dio. E potremmo passare in rassegna diverse luminose figure, fino a quelle contemporanee a Cristo che non meritarono invettive o chiare accuse di ipocrisia perché capaci di una autentica ricerca del regno di Dio: tra tutti, Giovanni Battista, maestro di molti e in particolare dei due primi apostoli di Cristo, e Nicodemo, appassionato indagatore delle vie dello Spirito.


9. GESÙ DIVINO MAESTRO
Infine, sebbene i Vangeli ricordino l'ammonimento di Cristo sull'uso improprio dei titoli di maestro, guida e signore, non c'è dubbio che egli stesso fu chiamato maestro e che – come già ricordavamo – riconobbe la correttezza del titolo nel suo caso.
Nel Nuovo Testamento si usa il termine διδάσκαλος 59 volte, di cui 48 nei vangeli, prevalentemente applicato a Gesù; e 95 volte il verbo didàskein, insegnare, due terzi di esse nei vangeli, anche in questo caso prevalentemente applicato a Gesù; solo in Luca, copme si diceva, si trova ἐπιστάτης, quindi «soprintendente», «guida» (cfr. Lc 5,5; 8,24.45; 9,33.49; 17,13). Gesù è per eccellenza il maestro.
Gesù viene chiamato ῥαββί/ῥαββουνί. 17 volte questo termine contraddistingue sempre Gesù – eccetto in un caso, rivolto a scribi e farisei (Mt 23,7) e in un altro, rivolto a Giovanni il Battista (Gv 3,26) –. Non erano solo gli apostoli a chiamarlo in tal modo – persino il traditore Giuda –, ma anche gli estranei (il cieco Bartimèo in Mc 10,51, Nicodèmo in Gv 3,2 e le folle in Gv 6,25).
Il riferimento a un legame di speciale amicizia maestro/discepola lo si individua nella variante enfatica «Rabbunì» («mio maestro»), quando Maria Maddalena si rivolge al Risorto (Gv 20,16) oppure quando Gesù incontra il mendicante cieco di Gerico, Bartimèo: «"Che vuoi che io ti faccia?" Gli rispose il cieco: "Rabbunì, che io riabbia la vista!"» (Mc 10,51).
È un rabbì che non scrive. La sua attività come maestro è breve (circa 27 mesi). Egli parla in pubblico, come facevano i maestri di Israele. Tuttavia, gli altri rabbì insegnavano in un luogo stabile – nella propria città, fosse poi in casa, nella sinagoga o nel tempio – mentre Gesù non si legava ad alcun luogo e insegnava ovunque: in una abitazione (Mc 2,1 s.), all'aperto (Mc 6,34), nella sinagoga (Mc 3,1), nel tempio (Mc 12,35; Lc 21,37 s.), su una barca (Mc 4,1), sulla montagna (Mt 5,1) o in un luogo pianeggiante (Lc 6,17). Gesù usa le tecniche dei maestri, cioè ha anche un'attrezzatura pedagogica, didattica, retorica. Inoltre Gesù è un maestro circondato dai mathetài, cioè dai discepoli, ha una sua scuola. Con questi suoi discepoli egli coltivava una speciale comunione di vita. La qualità di questa comunione di vita è posta sotto il segno del servizio e della cura: «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27; cfr. anche Gv 13,13 s.; Mc 10,45a). Gesù quindi si preoccupa per loro fin nel dettaglio concreto, come nota Mc 6,31: «Ed egli disse loro: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'." Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare» – a cui segue, con giusto tempismo, la moltiplicazione dei pani.
Certo, anche in questo Cristo ha qualcosa di originale e di insolito. C'è soprattutto un aspetto curioso da sottolineare subito: a differenza degli altri rabbì di Israele, è Lui che sceglie i suoi discepoli. È l'esatto contrario di ciò che facevano i rabbì, i quali si comportavano nella stessa maniera dei predicatori di Hyde Park: incominciavano a parlare nelle piazze, e chi si convinceva che ne valesse la pena li seguiva. Gesù manifesta anche su questo punto una discontinuità con la cultura entro cui era inserito. Ai discepoli egli lo sottolinea esplicitamente nei discorsi dell'ultima Cena: «Non siete stati voi a scegliere me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).
Gesù è, inoltre, un maestro che insegna con autorità. È incisiva la frase di Marco (1,22): «Li ammaestrava come uno che ha autorità, e non come gli scribi». Un altro passo di Marco (12,14) è molto significativo: «Maestro, sappiamo che sei sincero e non ti preoccupi di nessuno, perché non guardi in faccia alle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità». Questo è un ritratto stupendo del vero maestro, che non curva la schiena, che non insegna adattando la materia secondo la convenienza e al soldo del potere.
E questo deve quindi essere lo stile con cui la Chiesa raccoglie il mandato obbligatorio che Cristo risorto le ha lasciato, d'essere maestra: «Andate dunque, mathetéusate (si noti la radice, la parola discepolo: mathetès), fate discepoli, pànta tà éthne, fra tutti i popoli» (Mt 28,19-20). Come? «Didàskontes», cioè insegnando, divenendo maestri. È così che si diventa fino in fondo discepoli.
Possa servire a molti, questa mostra, per rammentarci dei nostri maestri, per insegnarci a essere buoni discepoli, per incoraggiarci a diventare maestri a nostra volta.

MAESTRI PROGETTO SCIENTIFICO a cura di Don Alessio Geretti