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Romeo e Giulietta

22 settembre ore 21.00

Da William Shakespeare 

L’amore è qui, a pochi metri da me,
mi scorre davanti e mi sfiora i sensi.
Amore al teatro e basta.
Amore alla sua ineliminabile capacità di farmi vedere l’invisibile.
Da molto tempo non mi capitava, andando a teatro,
di assistere a un rito e di esserne
inevitabilmente sconvolto e coinvolto.
(Franco Palmieri)

Il più grande dramma Shakespeariano prende forma grazie alla regia di Daniela Zorzini ed all'interpretazione di due sorprendenti e giovanissimi attori: Edoardo Milan e Maria Sofia Rizzi. 
Due ragazzi cui spetta l’arduo compito di dare forma visibile al racconto travolgente di un amore proibito. 

Non ha avuto dubbi fin dall’inizio la regista, Daniela Zorzini: “Edoardo e Sofia e la passione teatrale, senza nessun altro attore se non loro che ci raccontano tutto, tutto è visto da loro, dai loro giovani cuori e menti. Volevo ascoltare solo loro, senza interferenze di padri, madri, balie, amici e nemici. Volevo sentire da loro come avevano vissuto le parole degli altri personaggi, volevo ascoltare solo la loro voce”. 

La storia di Romeo e Giulietta oggi come allora sa porci di fronte alle domande più intime che struggono l’animo umano: cosa vuol dire amare? E Sappiamo ancora dire "ti amo" con tanta delicatezza, eleganza, passione, nobiltà e poesia, come Giulietta e Romeo sapevano dirsi l'un l'altro negli struggenti ardori della poesia shakespeariana?

Ne parleremo venerdì sera assieme a Don Alessio Geretti che aprirà e presenterà la serata facendoci riflettere sul significato della parola “amore”, e su quanto l’uomo contemporaneo abbia un disperato bisogno di re-imparare ad amare. In questo intento le parole di Shakespeare hanno un potere profetico: il loro grido è una richiesta di significato, è una domanda che arriva intatta e provocatoria fino ai nostri tempi modernissimi.


AMANTI. PASSIONI UMANE E DIVINE

Svelato il titolo della nuova mostra. La 13esima mostra internazionale di Illegio aprirà al pubblico il 21 maggioDon Alessio Geretti svela sulla pagina Facebook (Illegio - Comitato di San Floriano) il tema: Amanti, in sette secoli d'arte.

"Amanti. Passioni umane e divine". E' questo il titolo della nuova mostra che si aprirà ad Illegio dal 21 maggio all'8 ottobre 2017. Un'anteprima, e solo una anticipazione per ora, quella del titolo e quindi del tema - svelato prima della presentazione ufficiale il 15 maggio prossimo in conferenza stampa in Regione e poi a Roma - lanciata con un video sulla pagina Facebook dal curatore della mostra, don Alessio Geretti.

"Amanti. Passioni umane e divine: ecco il titolo della nuova mostra di Illegio - esordisce don Alessio Geretti - che cercherà di risvegliare in tutti noi una domanda formidabile ed emozionante: che cos'è l'amore? In quell'intreccio benedetto e accidentato, carico di sospiri incantati e di malinconie struggenti che è la nostra vita, ci domandiamo da sempre cosa sia davvero l'amore, e se ne saremo raggiunti e se ne saremo degni".

"La mostra di Illegio - continua il curatore - propone una risposta, ripercorrendo le storie dei grandi amanti, liete e tragiche, e i miti antichi che percorrono una vera e propria teoria dell'amore, descrivendo non tanto il sentire dell'uomo passato, ma quello dell'uomo di sempre e aiutandoci ad approdare alla speranza cristiana dell'amore Divino, quando il Consorte che scende dal cielo si presenta, di noi invaghito, domandandoci la mano e presentandoci il suo anello sorprendente. Questo troveremo ad Illegio: e attraverso il tocco delicato delle tavole dorate del Medioevo, o dei profili divini del Neoclassico, o con i brividi impetuosi dei chiaroscuri del Barocco e del Romanticismo, potremmo davvero tutti percepire ancora l'importanza di una domanda centrale, poiché chi sa amare sa vivere".

Dopo il successo della mostra del 2016 "Oltre. In viaggio tra cercatori, fuggitivi e pellegrini" che ha portato nel piccolo borgo carnico oltre 25 mila visitatori, anche quest'anno è stato scelto un tema che vuole toccare le corde più profonde dell'animo umano. Il Comitato di San Floriano, organizzatore della mostra, propone ogni anno itinerari di arte e di fede incentrati sui temi fondamentali del pensiero cristiano e sulle domande più profonde che scuotono l'uomo d'oggi. Uno dei principali intenti del Comitato è infatti quello di favorire l'incontro tra cultura, arte e fede: ogni anno una nuova esposizione, accompagnata da una ricca serie di appuntamenti culturali e spirituali, animano il piccolo paesino, con un eco di livello nazionale ed internazionale.

PERCHE AD ILLEGIO?
Illegio è un borgo alpino di 360 abitanti in Carnia, raccolto in una conca circondata da una corona di monti a 700 metri d'altitudine. Negli ultimi anni, grazie alle annuali mostre d'arte, in questo piccolo paesino in cui si intrecciano arte, storia, tradizione, archeologia, spiritualità e natura, insieme a sapori e profumi, il Comitato di San Floriano ha saputo offrire il fascino di più di 1000 opere provenienti dai massimi musei del mondo (Musei Vaticani, National Gallery di Londra, Louvre e D'Orsay di Parigi, Prado e Thyssen-Bornemisza di Madrid, Gemäldegalerie di Berlino, Hermitage di San Pietroburgo, Galleria Tret'jakov di Mosca, Kunsthistorisches e Belvedere di Vienna, Galleria degli Uffizi di Firenze, Pinacoteca di Brera, Museo Nazionale di Capodimonte, Gallerie dell'Accademia di Venezia) – e richiamando, dal 2000 a oggi, più di 300 mila visitatori, raggiungendo una fama di respiro europeo, accompagnata da costante successo di critica e stampa.
Un piccolo miracolo, di cui i protagonisti sono gli abitanti stessi, ha trasformato Illegio da periferia di montagna a splendida meta di bellezza e straordinario esempio di impresa culturale e di proposta spirituale.

Perché, dunque, ad Illegio? Questa è la domanda più frequente che ci si pone quando si intraprendono i quattro chilometri dell'affascinante tragitto che dall'abitato di Betania, frazione di Tolmezzo, conduce al borgo montano. Percorrendo la strada costruita nel 1917 contendendo lo spazio all'aspro costolone roccioso ed inaugurata durante il primo conflitto mondiale non ci si aspetta certo di raggiungere uno dei poli d'arte e di cultura più vivaci del Nordest. O forse sì?! Chi conosce questa meta infatti ci torna poi sempre, incantato dalle tradizioni popolari, dalla pittoresca Pieve che dall'alto del colle sorveglia la valle.
Quello di Illegio è un piccolo miracolo: il paese negli anni è rifiorito, sono stati compiuti lavori di restauro e abbellimento, sono aumentate le strutture ricettive per offrire migliori servizi ai turisti. Cosa ancora più sorprendente, dietro tali mostre si percepisce l'afflato di un intero paese: la manodopera per gli allestimenti è del posto, le giovani guide - più di un centinaio quelle formate in questi anni - che accompagnano i visitatori tra le stanze della mostra sono di Illegio o dei dintorni, i cassieri che accolgono ogni giorno frotte di turisti sono volontari del paese che mettono a disposizione il loro tempo libero per la comunità. Non solo, Illegio è diventato un modello di piccola imprenditoria e un riferimento per altre nascenti realtà, come la Bibbia a cielo aperto di Cercivento.
Dunque, perché ad Illegio? Probabilmente perché sarebbe impossibile ed improbabile che una mostra del genere possa sorgere altrove. Si pensi ad esempio a quella sottile sfumatura di emozioni che si palesa nell'animo dopo aver percorso i quattro chilometri di strada che portano all'abitato quando la valle si apre rivelando l'incantata bellezza del paese e della pieve. Un senso di stupore che predispone ad una più attenta ricezione del bello nell'animo e nello spirito. Dopo aver visitato questa realtà non vi chiederete più "perché ad Illegio".


"L'ULTIMA CREATURA. L'IDEA DIVINA DEL FEMMINILE"

Un prezioso catalogo da aggiungere alla biblioteca delle pubblicazioni illegiane

Carissimi amici della Mostra di Illegio, 
con il cuore colmo di gioia siamo lieti di annunciarvi che il catalogo "L'Ultima Creatura. L'Idea Divina del Femminile" è finalmente ultimato.

Vi ringraziamo per la pazienza, la fiducia e l'affetto dimostratoci in questi anni e attendiamo di potervi accogliere e incontrare anche quest’anno ad Illegio. Abbiamo voluto confezionare con cura e passione questo volume, desiderosi di raccontare uno dei percorsi più emozionanti allestiti nelle sale della Casa delle Esposizioni di Illegio.

Se desiderate riceverlo saremmo ben lieti di inviarvelo mediante spedizione postale. Vi chiediamo di comunicarci il vostro desiderio di riceverne una o più copie inviando una mail all’indirizzo mostra.illegio@gmail.com o chiamando il numero 347 3962621.

Cogliamo l’occasione per anticiparvi che il volume relativo alla mostra del 2016 “Oltre. In viaggio con cercatori, fuggitivi, pellegrini” è già in fase di stampa e sarà pronto entro il mese di febbraio.

Siamo già al lavoro per la mostra di quest’anno, affascinante, che come di consueto si estenderà dal 21 maggio al 8 ottobre 2017. Anche in questo caso, qualora foste interessati a rimanere informati su tutte le iniziative e attività del Comitato di San Floriano, vi chiediamo di comunicarcelo mediante mail, SMS, o WhatsApp indicando la vostra mail: saremo lieti di inserirvi nella nostra newsletter. 



OLTRE LA TELA: MOSTRA CREATIVA

Domenica 25 settembre il Comitato di San Floriano presenterà la mostra “Oltre la tela” in cui verranno esposti tutti gli elaborati realizzati dai bambini e ragazzi durante i laboratori creativi, tenutisi ogni sabato a Illegio sotto il Palatenda. Nell'occasione i legittimi autori delle splendide creazioni potranno portarsi a casa la loro piccola ma grande "opera" lasciata in precedenza per essere esposta.

I percorsi proposti hanno reso la mostra luogo di confronto, collaborazione e crescita, favorito la comprensione della storia narrata, della tecnica usata e della personalità degli artisti conosciuti durante la visita guidata in mostra. Attraverso vari strumenti come il gioco, l'immaginazione, la poesia ed il racconto, i giovani visitatori hanno penetrato la tela, giocato con le parole, viaggiato nel tempo e nello spazio. L’esposizione di queste creazioni sarà un modo per raccontare il frutto di tanta bellezza e fantasia, opera dei nostri partecipanti. Il viaggio raccontato e vissuto nella mostra “Oltre. In viaggio con cercatori, fuggitivi, pellegrini” invita, dunque, tutti a venire e a tornare in questo borgo per questi imperdibili appuntamenti.

Dalle ore 15:00 ad accogliervi troverete uno spazio laboratoriale sotto il Palatenda, dove i ragazzi di ogni età potranno divertirsi con noi creando qualcosa di nuovo, giocando e sperimentando le proprie idee con materiali duttili e inconsueti. Si potranno ammirare i lavori esposti e prendere ispirazione da essi, realizzare il proprio capolavoro e portarselo a casa insieme al ricordo di questa esperienza.

A seguire, dalle ore 17:00 inizieranno le esibizioni dei cori di Illegio e Imponzo, il coro di voci bianche Audite Nova di Starnazzano e il coro Bariglarie di Adegliacco. Occasione questa per ascoltare le voci corali di bambini e adulti che insieme renderanno omaggio a tutti coloro che da sempre collaborano con entusiasmo e dedizione alla buona riuscita degli eventi collaterali e delle esposizioni d’arte realizzate in questi anni nella splendida cornice di Illegio. Orgoglio di un paese, orgoglio della Carnia.

A tutti i coristi e a tutti i volontari, dunque, va il nostro più sentito ringraziamento.
Le parole del Monsignor Don Angelo Zanello apriranno questa bellissima esibizione corale.

Seguirà un rinfresco offerto dai volontari che collaborano con il Comitato di San Floriano.
Vi aspettiamo numerosi!



LA CONVERSIONE DI SAULO: MAFFEI E BOTTEGA A CONFRONTO

Ma quello che c’è nel Maffei di spiccatamente secentesco, estraneo ai grandi del Rinascimento, è il caratteristico gusto sensuale della materia: i suoi impasti grassi e sugosi. D’invenzione sua è pure l’originalissimo tocco: ragionato, mai arbitrario, ma nello stesso tempo spigliato e fantasioso, poetico nelle stesse arditezze epidermiche.” (N.Ivanoff, 1942)

Attribuito a Giulio Romano nell’inventario della collezione Carrara, e successivamente a Bernardino India, il dipinto venne restituito alla mano del Maffei solo da Francesco Rossi che, tuttavia, riconobbe anche probabili interventi di bottega. Sarà solo Paola Rossi, nel 1979, nella monografia dedicata all’artista, ad evidenziare una qualità stilistica non certo ascrivibile al Maffei ma sicuramente ascrivibile alle più mediocri mani di un artista bottega.

Precedentemente esposta presso gli uffici del Palazzo di Giustizia di Bergamo, ed oggi custodita presso l’Accademia Carrara, la tela impressiona per la sinfonia di antitesi fisiche e cromatiche che mettono in scena  una conversione eccitatissima e contrastata, una vera e propria mischia ove cavalli e cavalieri si confondono usurpandosi il ruolo di protagonista a vicenda. L’esemplare bergamasco riproduce fedelmente l’originale dipinto autografo del Maffei conservato presso i Civici Musei di Pesaro, riproponendo un’invenzione in cui oltre alle abituali suggestioni da Veronese e Tintoretto il vicentino dimostra l’influsso dei grandi artisti di passaggio dalla capitale lagunare, quali Strozzi, Liss e Fetti. Da queste impressioni deriva il tocco frizzante e brioso, lo squisito senso del grottesco e gli arditi accenti di rosa, azzurrino e violaceo che scontrarsi col turbinante e spumeggiante andamento luminoso delle nubi squarciate fanno pregustare già un delizioso gusto rococò.

La mostra Oltre dà la rara occasione di un confronto diretto tra la abile mano del maestro e la minor perizia degli artisti della sua bottega: macroscopica la diversità nel trattamento del ductus pittorico, che nella copia si fa rapido e meno curato lasciando che dettagli si sciolgano e si perda la precisione delle bardature e dei finimenti. Tuttavia, sebbene il dipinto di Carrara induca a ritenere l’opera eseguita da un artista presente in bottega, è logico supporre che egli fosse guidato dall’attenta supervisione del maestro come testimoniato dall’affocata tavolozza e alla testuale similitudine cromatica e compositiva.

LIBRO: G. Valagussa, I grandi veneti: da Pisanello a Tiziano, da Tintoretto a Tiepolo: Capolavori dall’Accademia Carrara di Bergamo, Silvana Editore, Cinisello Balsamo, 2010. N. Ivanoff, Francesco Maffei, Le Tre Venezie, Padova, 1942.

OPERE IN MOSTRA: F. Maffei, Conversione di San Paolo, 1645-1655 ca, Musei Civici, Pesaro. Bottega di F. Maffei, Conversione e Caduta di San Paolo, 1645-1655, Accademia Carrara, Bergamo.


LA MOSTRA RACCONTATA DA UN ABITANTE DI ILLEGIO, foto Soravito

“Oltre”-In viaggio con cercatori, fuggitivi, pellegrini, è il tema assai intrigante della mostra 2016 che si tiene a Illegio, piccolo paese della montagna friulana, divenuto cifra del nostro andare, del nostro personale e collettivo camminare su questa terra.

Da secoli, l'uomo è stato spinto oltre i confini della propria esperienza, oltre i limiti del quotidiano, da una tensione spirituale, da un'ansia di scoprire e sapere che fa parte del suo essere più profondo.

La cultura classica, greca e latina, la Bibbia, la letteratura cristiana e medievale, ma anche la letteratura moderna e contemporanea hanno trattato il tema del viaggio, reale o immaginario, che nel nostro folklore, nella nostra tradizione orale hanno prodotto fiabe a tema con insegnamento morale a conclusione, aneddoti, exempla, “spiei” si direbbe in dieçian che gli anziani ancora ripetono.

Tutto è viaggio. La vita stessa è viaggio. Ci si mette in cammino nella famiglia, nello svolgimento del proprio lavoro, nella trama dei rapporti quotidiani.

Il percorso che facciamo, soprattutto quello di ordine interiore, è noto per lo più solo a noi stessi,  che misuriamo i passi faticosi, incerti, barcollanti, o quasi immobili-se è consentito definire immobile un passo delle tappe dolorose della nostra vita.

Si è tentati di pensare che i ritmi velocizzati del vivere attuale che offrono una possibilità di viaggi, di spostamenti di gran lunga superiori che in passato, rappresentino anche un arricchimento adeguato alla rapidità dello spostamento. Spesso, la rapidità consuma, meglio brucia, il mistero che ogni viaggio dovrebbe disvelare.

Il nostro viaggiatore, il nostro camminatore partiva semplicemente, si inoltrava in boschi e foreste per sentieri noti e non, approvvigionato, ma non sempre, di pan e di gaban, si esponeva alle intemperie, ai pericoli che quella realtà visibile celava, percepiva le presenze invisibili, benefiche o inquietanti, guriuts e loufs, di quelle foreste

Atu stât a Damarie – recita una filastrocca infantile del nostro folklore - atu cjatât il louf – ajal fat la polente…

Il nostro camminatore rendeva presente l'invisibile nel visibile, l'immaginario nella concretezza dell'incontro.

E giunto a destinazione – si fosse trattato del Dodoi o di barbe Iacun o di altri giovani – entrava nella prima casa del villaggio e vi trovava ristoro.

Fino al secondo dopoguerra si andava così: a Stai di Mueç o in Rinc attraverso i monti, si suonava la fisarmonica in cambio dell'ospitalità, ci si accomodava tal patus, nel tepore di una stalla, si ripartiva il giorno successivo per altre mete.

Da Timau, dai paesi della Slavia, da ogni sito montano era un incessante camminare alla ricerca di fagioli e sorc e foglie immacolate di granoturco, che formavano la base di letti e culle. Le nostre donne, a loro volta, raggiungevano i paesi della pianura friulana e barattavano capi di corredo con farina di frumento e olio.

I cammini più affascinanti erano i pellegrinaggi che il singolo o la comunità espletavano per sciogliere voti antichi o per chiedere grazia o per espiare gravi peccati: la Madone da Salût, la Madone dal Clap, St. Antoni di Glemone, Madone di Gracie, il Crist di Tamau, Sante Luzie, Marie Luggau attiravano frotte di povera gente che implorava l'intercessione della Vergine e dei Santi per assicurarsi un pezzetto celeste di Aldilà.

I pellegrinaggi più prestigiosi frequentati fin dall'antichità, sono stati raggiunti anche da taluni Illegiani cercatori di Dio: San Jacopo di Compostela, lae tombe degli Apostoli a Roma, il Santo Sepolcro a Gerusalemme.

Non ha un nome preciso o un volto noto il camminatore diretto alla fine del mondo a quel finis terrae oltre Compostela che custodisce le spoglie dell'Apostolo Giacomo. Ma il nostro folklore ne registra il viaggio affascinante e avventuroso in un dialogo rimato:

- Dontre vegnîso, missar lavore ben?

- Di San Zuan di Galizie, che Diu us dêi dal ben.

- E ce strade vèiso fate, missar lavore ben?

- Poh, la ài cjatade fate, che Diu us dêi dal ben.

Ha un nome preciso, un volto, una storia bizzarra alle spalle quello strano personaggio che è stato il nôno da Marie di Peresùz. Attratto da un oltre mare affascinante ma pericoloso, il nôno da Marie meditò a lungo, lesse la Bibbia, pregò finché, date alcune disposizioni testamentarie,  decise di partire, come gli antichi pellegrini e i crociati cristiani, per vedere con i propri occhi -no i bastavant las storias ch'a si contavant su la Cjere Sante – raccontava la nipote le meraviglie dei luoghi calpestati dai piedi santi del Salvatore.

Percorse i luoghi della predicazione di Gesù, visitò le chiese e gli edifici crociati, pregò dvanti al sepolcro vuoto.

Da quel viaggio riportò racconti meravigliosi ed una corona del rosario scura che teneva appesa alla finestrella inferriata, sul lato nord, di quella splendida casa fortezza chiamata Isule.

Il nôno da Marie era un'anima inquieta, attratta dal fascino di luoghi “altri” e allora si metteva in cammino e partiva verso un Oriente ignoto, apprendeva in una specie di bizzarro itinerantre studio geografico nomi e poesie e lingue e usanze di popoli nuovi e scordava il punto dal quale era partito:  

famiglia, legami, paese.

Come il nôno da Marie, altre anime inquiete, il Boc, il Curisin, il Flec, il Talian percorrevano le terre dell'Impero, permanendo colà per anni e anni.

Il cammino, l'andare era una specie di forma mentale,  tanto che il Flec, quando per lavori si era spostato in zone limitrofe alle nostre, concludeva la propria giornata avviandosi a piedi in direzione di Mont di Crous per raggiungere l'osteria da Ghete e giocare a carte con gli amici.

Seppur per brevi cenni, desidero parlare di un altro viaggio, di un cammino totalmente santo che un prete illegiano, Bertoli, compì verso Roma per prelevare la reliquia di un Santo custodita attualmente nella nostra Pieve intitolata a S. Floriano. La nostra gente ossessionata dalla mancanza della pur piccola reliquia del venerato Floriano, martirizzato nel Norico nel 4° secolo, si rivolse al Card. Camucio attraverso il proprio Pievano per ottenere da Roma il corpo o un frammento del Santo. Avere a portata di mano il corpo di un martire o di un Santo non era cosa da poco conto: esso garantiva una protezione forte contro le calamità, le malattie che avrebbero potuto colpire la comunità dei fedeli.

Non ottenendosi o non trovandosi le reliquie di S. Floriano, il Card. Camucio attinse alle catacombe di S. Priscilla per prelevare le ossa di un martire con un nome similare a Floriano, Florido appunto, senza dimenticare però di istruire il popolo pietoso sul culto che le nuove reliquie comportavano. Nelle cose di fede e venerazione non si può imbrogliare chicchessia, disse l'onesto Cardinale. Il Sacerdote Bertoli, ottenuta la sacra cassetta, intraprese il cammino da Roma a Illegio in penitenze e preghiere, rifiutando l'aiuto dei due giovani che lo accompagnavano nel viaggio.

-A Dieç, sul troi di San Florian, sui prâts di Amieile, tal Broili al ere dut un neri di int- rammentava la none Gjulie alla nipote con una tale vivezza di ricordi e memorie, tanto da far parere recente una toccante e coinvolgente processione svoltasi in realtà alla metà del Settecento.

Il cammino, l'andare per il mondo, il viaggio può, spesso, avere il sapore della costrizione. È quanto accadde a questa comunità nel 1917. Con i fuggitivi che cercavano scampo dalle truppe degli Imperi Centrali che avevano sfondato a Caporetto, si mise in cammino il Pievano don Ugo Larice in una giornata di ottobre, gonfia di nebbia e pioggia battente. Novello Mosè, guidò la sua gente attraverso l'unico ponte integro a nord di Villa Santina, in direzione di Pozzis, della Val d'Arzino, Maniago e Sacile. A piedi e a ritmo serrato, calzari e fianchi cinti come gli antichi ebrei in “Exitu Israel de Egypto”. Chissà, forse il nostro Pievano avrà pure richiamato alla mente e al cuore l'antica, solenne melodia illegiana che accompagnava il salmo 113 e che noi cantiamo ancora oggi nelle domeniche di Passione e delle Palme e a Pasqua.

Gli esuli di Illegio raggiunsero a Sacile l'ultimo treno carico di armi e munizioni, autorizzato ad oltrepassare il fiume Piave. Il buon Pievano sistemò, consolò, procurò pane per quel suo popolo di disperati che aveva abbandonato un pur povero nido, ma pieno delle certezze, delle consuetudini, degli affetti che il vivere quotidiano crea per intraprendere un viaggio dagli esiti incerti.

La Croce Rossa indirizzò verso Genova gli Illegiani e i molti altri profughi provenienti dai paesi della Carnia: loro casa divenne il Seminario Maggiore del Chiappeto. I viaggio non aveva fine al Chiappeto. Per le donne, ma anche per diverse bambine ne iniziava un altro, non reale, eppure concreto e sofferto, all'interno delle famiglie genovesi. Non è facile ospitare uno che non è come te, uno straniero, un forest, e la nostra gente era foreste per quella città.

-Se non fate i bravi, dicevano i siôrs ai propri figli, vi facciamo mangiare dai profughi.-

La ferita lasciata da quelle parole imprudenti, dettate più da avventatezza che da reale volontà di ferire, dev'essere stata talmente profonda da far piangere la Rome di Deri e mia madre -due bambine di 10 e 13 anni al servizio di una famiglia di Corso Magenta- anche quando in età avanzata riandavano con la memoria a quel periodo.

Altri cacciati, altri perseguitati, tutti al femminile ha visto ancora Illegio, e cioè: le donne requisite dai tedeschi nell'ottobre del 1944, destinate al lavoro coatto in una Germania ormai allo sfacelo.

Viaggi di fuggitivi, viaggi alla ricerca di conoscenze, viaggi alla ricerca di Dio. Ma il viaggio che segna maggiormente la mia gente è quello delle madre spogliate di figli morti anzitempo che vorrebbero lacerare il velo di mistero e trascinare quell'Aldilà nella loro esperienza tangibile. Ma con i morti non è possibile un incontro, dicono le narrazioni del nostro folclore. Al riparo e da lontano li si può contemplare nella loro notte, quando si incamminavano in rogazione attorno al paese. Eppure le lacrime di una madre smuovono i cieli e resistono ad ogni evidenza. L'amore non si rassegna mai alla perdita dell'essere amato. Ed allora la madre ottiene di poter dialogare con la propria figlia che, ultima, procede lentamente nella rogazione.

-Madre, non rendetemi pesante l'andare con le vostre troppe lacrime.-

-No sta vaî la to frute, a è un Agnul dal Signôr, bisugne lassâle in pâs.-

la Zilie esortava la propria nipote disperata, e aggiungeva:

-Quando entri in chiesa, guarda verso l'alto. Se il tuo cuore e il tuo occhio sono limpidi e sereni, vedrai aprirsi uno squarcio di cielo e la tua bambina e gli angeli ti sorrideranno. Se il tuo cuore è triste e l'occhio è pieno di lacrime, quello squarcio sul Paradiso e la finestrella si chiuderanno per l'eternità.

Sapienza dei nostri anziani che sanno coniugare fede e mistero.

Quando morì il Papa polacco, ci trovammo, senza esserci dati appuntamento, davanti al campanile della chiesa. Le campane di San Paolo già suonavano la parie per il transito in Paradiso di quel Papa santo. Noi, il nonzolo, la Ivana ed io, volevano raggiungere la Pieve e suonare a due passi dal cielo i rintocchi per quell'anima grande.

Il cammino verso San Floriano è per noi il più classico dei pellegrinaggi. La comunità lo compie, cantando le litanie dei Santi il 4 maggio. E veramente, il troi che porta lassù è davvero il simbolo del nostro andare su questa terra. Ad un breve tratto in piano, segue il precipitare repentino nella forra scavata dal Furniçon. Poi la salita faticosa e ripida che trova una sosta nel pianoro fiorito di Amieile.

-Un salustri di ben framieç a tant patî- ripetono le persone anziane.

Ma quella notte di aprile chiara di stelle ci aveva messe in una tensione particolare, era come se fossimo in attesa di un mistero. Il nonzolo, parco di parole e spedito di gambe, ci aveva precedute nella salita. Giungemmo al Broili e il nostro sguardo si posò sulla Pieve illuminata, bianca e pura come una sposa per lo sposo: la Gerusalemme celeste discesa dal cielo da presso Dio splendeva come diaspro. Salimmo sul campanile e, nel silenzio più assoluto, suonammo una lunga interminabile parie fino a mezzanotte. Ci alternavamo alla corda della campana grande, sollevandoci da terra su e giù con un volo leggero, e con noi astri e stelle splendenti vorticavano in un cielo di cristallo.

Non cercavamo risposte ai nostri perché, il Giobbe che è in noi taceva seduto sul suo giaciglio di cenere. Volevamo sferzare, quasi squarciare il cielo a suon di campane, volevamo mettere in comunicazione la città dei vivi con quella degli oltrepassati.

Bussate, bussate e il cielo si aprirà.

E vedemmo un lembo di Paradiso, e le facce gioiose dei fruts di Tine e di Pierute, e i giovani e le giovinette partite anzitempo. Davvero il cielo sopra la Pieve è pieno di presenze: i giovani, le giovinette, i morti di casa nostra, i Santi che il Maestro Tolmezzino ha collocato nella sua ancona lignea sono attorniati da una moltitudine di troni angelici.

Amici che salite tutti gli anni fin quassù perché ci volete bene, amici che vivete oltre Udine, amici che abitate nella pianura priva di alture, salite sulle terrazze, sui tetti delle vostre case e scrutate oltre l'orizzonte alla ricerca di un monte.

Un monte ci deve pur essere anche laggiù!

Un monte è necessario per accogliere la Gerusalemme celeste discesa dai pressi di Dio.

È quel monte la vostra, la nostra salvezza.


GIOVAN BENEDETTO CASTIGLIONE

Le fughe dei Patriarchi sono un soggetto ricorrente nella produzione di Giovan Battista Castiglione, detto il Grechetto, tanto da essere citato in un documento dell'epoca come uno "il quale dipingeva spesso li viaggi di Giacobbe". Di sicuro questo frammento di letteratura biblica ben si adattava al temperamento pittorico dell'autore, permettendogli di indugiare sulla lenticolare descrizione dei dettagli, in particolare capi di bestiame.

La sua ecclettica formazione pittorica, oscillante tra il genovese Sinibaldo Scorza e l'attento studio di fiamminghi come Jan Roos e Antoon Van Dyck, consentiva al Castiglione un'inedita propensione al naturalismo piuttosto che alle bizzarrie della Maniera.

Nodale nel percorso artistico del Grechetto è il soggiorno romano. Nel 1632 è registrato negli stati d'anime della Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte e risulta membro delle congregazioni generali dell'Accademia di San Luca fino al 1634. In questi anni ricorrono frequentemente i temi delle partenze dei Patriarchi dove, rispetto al passato, traspaiono in controluce le suggestioni colte nell'Urbe: non più scene agresti dagli accenti bassaneschi, ma raffinate composizioni che strizzavano l'occhio ai grandi della pittura.

Nell'opera esposta in mostra, risalente agli anni romani, il pittore predilige un'impaginazione con uno sguardo ravvicinato del soggetto, soluzione che mette in luce la perizia nell'esecuzione degli armenti, appositamente disposti in primo piano. Egli cristallizza l'istante in cui Dio Padre impartisce a Giacobbe l'ordine di tornare nella terra dei suoi padri (Genesi 31:3) ponendo l'accento proprio sul gesto risoluto con cui indica l'orizzonte. Un'opera, quella esposta da Illegio, che si data senza sforzo al periodo romano proprio grazie a questo dettaglio: la posa michelangiolesca del Creatore e in particolare il gesto della mano che richiama con precisione la celebre scena della creazione di Adamo affrescata sul soffitto della Sistina, meta obbligata per qualsiasi giovane artista in cerca d'ispirazione nell'Urbe.

Per saperne di più

OPERA IN MOSTRA: Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto, Il viaggio di Giacobbe, 1633, olio su tela, Galleria Nazionale d'Arte Antica, Palazzo Barberini.

LIBRO:Il genio di Giovan Benedetto Castiglione il Grechetto, a cura di G. Dillon, Genova, Accademia Linguistica di Belle Arti 27 gennaio 1 aprile 1990, Genova, Sagep Editrice, 1990


DOMENICO DA TOLMEZZO: UN GIOIELLO D'ARTE IN CARNIA

"Ed ecco venuto il momento di spiegarci un po'meglio di quanto si sia fatto sinora l'arte e l'opera di questo caposcuola carnico. Doppiamente maestro della scultura e della pittura paesana, diffusore di italianità e di venezianità lungo i gelosi confini delle Alpi patrie; modesto ma schietto e volonteroso inizio d tutta la branca quattrocentesca e cinquecentesca dell'arte friulana che va da lui fino al Pordenone." (Fiocco)


Intagliatore, scultore e pittore, Domenico Mioni si presenta come l'iniziatore di quella Scuola da Tolmezzo che riunisce sotto il suo nome un copioso gruppo di artisti friulani attivi nella seconda metà del Quattrocento accomunati da uno stile in cui dialogano reminiscenze tardogotiche tedesche e innovazioni rinascimentali.

L'altar maggiore della Pieve di San Floriano di Illegio rappresenta una delle opere d'arte più prestigiose del maestro tolmezzino. Secondo i regesti parrocchiali conservati presso l'Archivio Arcivescovile di Udine l'altare commissionato da Giacomo di Francesco cameraro della Chiesa di San Floriano venne pagato 100 ducati e 100 libbre di formaggio. I documenti attestano anche come il lavoro fosse stato eseguito nel 1497 nella bottega di Domenico a Udine e solo negli anni successivi trasportato e collocato all'interno della Pieve. L'altare presenta il tradizionale impianto architettonico dei polittici gotico-fiammeggianti: strutturato su due piani completati dal coronamento a guglie è ritmicamente scandito da quattordici nicchie ove sono collocati altrettanti santi. La struttura delle nicchie, se nell'eleganza e nei raffinati motivi ornamentali riecheggia il mondo del tardo gotico veneziano dei Vivarini, sembra già affacciarsi alle novità rinascimentali: gli archetti a tutto sesto e la collocazione delle statue al loro interno sembra presagire una consapevolezza dello spazio ben lontana dall'astrazione geometrica medievale. Tuttavia l'isolamento e l'impassibilità dei volti dei santi così come della Madonna al centro, simbolo di una sacralità atemporale e assoluta, ancora legano l'opera alla cultura e alla tradizione tardogotica.

L'altare, che nel 1956 ancora si presentava in ottimo stato conservando persino la doratura originale, risulta oggi mutilato: tra il 15 febbraio e il 15 marzo 1969, approfittando dell'isolatezza del luogo, ignoti malfattori trafugarono tutte le statue del polittico salvo quelle raffiguranti San Rocco e San Sebastiano.

LUOGO: Pieve di San Floriano di Illegio, Altar Maggiore.

PER SAPERNE DI PIU': F. De Vitt, La Pieve di San Floriano di Illegio, Forum Editore, Udine, 2006. P. Pastres, La scultura lignea rinascimentale nell'Alto Friuli: sulle tracce dei protagonisti, in Sot la nape, LX, 2008. G. Nicoletti, D. da Tolmezzo, Udine 1969. V. Joppi, Contributo quarto ed ultimo alla storia dell’arte nel Friuli ed alla vita dei pittori, intagliatori, scultori, architetti ed orefici friulani, Venezia 1894. V. Joppi - G. Bampo, Nuovo contributo alla storia dell'arte nel Friuli ed alla vita dei pittori e intagliatori friulani, Venezia 1887.


L'ABITATO DI ILLEGIO

Il borgo di Illegio si situa in una conca scavata da un ghiacciaio e delimitata dai monti Amariana a sud est, Strabut a sud, Gjaideit a ovest, Atravis a nord e Sernio, Pale Vierte e Pale Secje a nord est. Le peculiari caratteristiche geografiche della località, naturalmente difesa da una cordata di montagne, in passato ha reso la zona un rifugio ideale per le popolazioni carniche.

L'origine di Illegio risale a tempi antichi, la presenza di insediamenti romani nella valle del But, si veda Zuglio (Julium Carnicum), fornisce una solida prova di come, già due millenni addietro, nella zona si fossero stanziate stabilmente delle genti. Lo stesso nome del borgo, che contiene il vocabolo latino "legio" utilizzato nel gergo militare sembra offrire un valido contrafforte a questa ipotesi.

L'originario insediamento illegiano si situava in una zona a qualche chilometro a nord rispetto all'attuale ubicazione del borgo, in località Savàle, Cercenât, Ècjare e Arve. Secondo le memorie di G.B. Piemonte, redatte alla fine dell'Ottocento, all'epoca erano ancora visibili alcune tracce dell'antropizzazione di questi luoghi.

Nel tempo l'abitato si spostò a valle. La presenza della chiesa di San Paolo nella località omonima, di fondazione paleocristiana utilizzata dalla popolazione locale fino ai primi decennio del XVIII secolo, costituisce un'efficace testimonianza della diversa localizzazione geografica mantenuta in antichità dal paese.
L'instabilità geologica di San Paolo, luogo soggetto a frane così come la zona settentrionale prospicente il corso del fiume Frondizon, indusse le popolazioni che abitavano in quella zona a spostarsi a sud incrementando alcuni sparuti caseggiati presenti qualche centinaio di metri più avanti sul corso del rio Touf. Questo rivolo d'acqua costituiva una sede favorevole all'insediamento dell'antica Illegiio: il rio, di origine risorgiva, era di natura mite e aveva una portata costante, aspetto che allontanava il pericolo delle inondazioni.

È proprio sul corso del Touf che si struttura la parte più antica dell'abitato illegiano.
Vuoi saperne di più sul paese?!Ogni sabato alle 15.30 dalla piazza della chiesa parte un giro guidato gratuito alla scoperta della storia e delle tradizioni di Illegio, non perdere questa opportunità.

Per saperne di più

LUOGO: Rio Touf

LIBRO: Scarsini A., Illegio, valore culturale e storico di un borgo della Carnia, Comune di Tolmezzo Editore, Tolmezzo, 1995.


DON ALESSIO GUIDA SPECIALE A OLTRE

 Don Alessio, curatore della mostra di Illegio, sarà la guida speciale per scoprire "Oltre. In viaggio con cercatori, fuggitivi, pellegrini" e racconterà la storia sacra del viaggiare umano, attraverso un percorso suggestivo e raffinato di quarantatrè dipinti dal Quattrocento al Novecento, compresi in un arco temporale di cinquecento anni, provenienti da trenta collezioni di tutta Europa.

Queste le date delle visite di don Alessio, che vanno prenotate e sono a posti limitati: domenica 4 settembre ore 18.30;  martedì 4 ottobre ore 20.00; sabato 8 ottobre ore 17:00 e ore 20:00.

Dalla loro prima apertura, le mostre di Illegio offrono, unitamente al costo del prezzo del biglietto, un servizio di accompagnamento lungo le undici sale della Casa delle Esposizioni. Le 38 guide formate per l'occasione, sono indispensabili per comprendere il suggestivo percorso iconografico e per la profondità e l'attualità dei temi, che  - sala dopo sala - sono raccontati con competenza e passione.

Accanto alla visita alla mostra, per l'edizione 2016 sono state organizzate nuove proposte didattiche e culturali che permettono di vivere Illegio a 360 gradi. Cosicché, per gli appassionati della storia e delle bellezze paesaggistiche, ogni sabato alle 15.30 dalla piazza del paese parte "Quattro passi ad Illegio", tour guidato gratuito lungo le vie del borgo, mentre per le famiglie alle 16:30 ci sono al Teatro Tenta i laboratori creativi "Oltre la tela" dedicati a bambini e ragazzi.


TUTTI I SABATI INIZIATIVE SPECIALI PER LE FAMIGLIE

Ogni sabato pomeriggio Illegio ospita "Oltre la tela", speciali iniziative dedicate alle famiglie e correlate alla mostra «Oltre. In viaggio con cercatori, fuggitivi, pellegrini». Il programma prevede visite guidate del borgo di Illegio e laboratori creativi per bambini e ragazzi.

ll percorso guidato gratuito "Quattro passi ad Illegio" tra storia, memoria e tradizioni, di circa un'ora, parte alle 15:30 da Piazza G.B. Piemonte, davanti alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo, e permette di scoprire scorci preziosi e suggestivi di Illegio, insieme alla dimensione autentica della cultura friulana. L'antico borgo è, infatti, un pacifico frammento di mondo autentico immerso nella natura, in cui si può trovare spazio per re-imparare ad apprezzare la bellezza che la regione Friuli Venezia Giulia sa offrire.

Di seguito, alle 16.30 inizia l'appuntamento per i più giovani con i diversi laboratori creativi che, a rotazione, vengono proposti ogni settimana. Parole in viaggio, Viaggiatori riciclati, Oltre la trasparenza, sono delle vere e proprie esperienze creative e ludiche. L'attività prevede il percorso guidato in mostra e a seguire il laboratorio creativo nello spazio del Palatenda, a due passi dalla Casa delle Esposizioni. Qui ragazzi e bambini si possono improvvisare poeti o artisti, giocare con le parole, le immagini e con la fantasia, scoprendo le potenzialità dell'immaginazione. I posti sono limitati ed è consigliata la prenotazione (tel. 347/3962621, )

Entrambe le iniziative sono gratuite e programmate ogni sabato. Termineranno alla fine del mese di settembre.


"WEITER, UNTERWEGS MIT SUCHENDEN, FLUECHTENDEN UND PILGERN"

Vom 22.Mai bis 9.Oktober 2016 erwartet Sie in Illegio (Udine) eine aussergewoehnliche Reise in die Kunst.

Komm und geh los.

So beginnt in einer biblischen Geschichte – mit einem klaren Aufruf an Abraham- das Abenteuer des Glaubens.

Denn wer leben will, muss weiterziehen. Anhalten heisst auch, das Herz anhalten. Die diesjährige Ausstellung "Weiter, auf Reisen mit Suchenden, Flüchtenden und Pilgern" ist eine Zeitreise durch die Bibel, die klassische griechische und latheinische Literatur, die christliche Literatur des Mittelalters und der "Göttlichen Komödie". Sie erzählt über 5 Jahrhunderte Kunstgeschichte hinweg, vom 15. bis zum frühen 20. Jahrhundert, die heilige Geschichte der menschlichen Reise.

Dies geschieht an hand von 45 Gemälden aus 30 verschiedenen Kunstsammlungen Europas. Mit Werken von Botticelli, Waldmüller, Stomer, Lorenzo Monaco, Bassano, Brueghel und anderen lässt sie uns, auch aus verschiedenartigen aktuellen Anlässen, diese Reisen neu zum Leben erwecken und auch die dafuer notwendigen Mühen, das Herz wiederzufinden.

Ausstellungszentrum "Casa delle Esposizioni, Illegio. Tolmezzo – UD

Tel. +39 0433 44445 Mail:

Oeffnungszeiten: Dienstag bis Samstag : 10.00 – 19.00 Uhr / Sonntag : 9.30 – 19.30 Uhr

Tickets :

Normaler Eintritt : 10 €

Kinder in Begleitung der Eltern : Eintritt frei

Studenten (18-25 Jahre), Personen ab 65 Jahre, Religiöse sowie Gruppen ab 20 Personen : 7 €

Behinderte : 7 €

Begleitpersonen : Eintritt frei

Schulklassen und Kinder ab 6 Jahre ohne Begleitung : je 5 €

Journalisten : Eintritt frei

Wir bieten auch Fuehrungen in deutscher Sprache an. Bitte avisieren Sie Ihr Interesse aber mindestens 2 Tage im voraus (am besten telefonisch - +39 3491996631). Führungen in deutscher Sprache und für die Wallfahrtskirche Skt. Florian bitte vorher anmelden


SAN FLORIANO DI LORCH

18/08/2016

Floriano - ricorda Dolores Iob - è per gli Illegiani un santo invocato sôre dut, a protezione di tutto, non stupisce allora che la pieve, eretta sul crinale del monte Gjaideit, usata nell'antichità anche come luogo di difesa e protezione del borgo illegiano e delle valli della Carnia, sia stata dedicata proprio al martire austriaco. 

Sebbene le circostanze del martirio di Floriano ci riportino ad un contesto culturale e geografico discretamente distante dall'ambiente friulano (teatro della scena è il Norico ripense) questo non ha impedito la trasmissione delle gesta del santo, favorita dalla coesione tra popoli di cultura cristiana.

Alto funzionario dell'apparato militare romano d'istanza nel Norico, il cristiano Floriano da valoroso soldato a servizio dell'impero si trasforma in vittima delle leggi persecutorie emanate da Roma. Nei primi mesi del 304, infatti, Diocleziano licenzia il quarto degli editti persecutori contro i cristiani. Rispetto alle precedenti ingiunzioni con quest'ultima viene fatto obbligo a tutti i cittadini romani senza distinzione di censo, professione ed appartenenza geografica di compiere i rituali sacrificali agli dei; il rifiuto sarebbe stato punito con l'esecuzione capitale.

In questo drammatico contesto si inquadra la vicenda di Floriano che, ricevuto notizia dell'arresto e della detenzione di quaranta cristiani nell'insediamento militare di Lauricum, oggi Lorch sobborgo della città di Enns, città dell'Austria superiore percorsa dall'omonimo fiume affluente del Danubio, sceglie di condividere il destino dei suoi correligionari venendo a sua volta arrestato dalle autorità.

Offrendosi spontaneamente ai carnefici Floriano contravviene alle indicazioni lasciate in tal senso da Cristo (E quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra Mt. 10,23); tuttavia, considerato il contesto, la sua azione assume un significato che va oltre il sacrificio e diviene estrema manifestazione di fede. I precedenti editti imperiali avevano progressivamente sanzionato le comunità cristiane requisendo beni materiali di proprietà della Chiesa, documenti e testi liturgici. Molti vescovi e prelati, per aver salva la vita e proteggere la comunità, avevano ottemperato alla richiesta consegnando, in latino traderut, quanto richiesto; per tale motivo su di loro gravava il marchio d'infamia di traditores.

Come narra la Passio Floriani processo e condanna avvengono per direttissima e non mancano le torture, prassi comune in questi casi. La pena, di fronte al rifiuto di sacrificare agli dei, è l'annegamento nelle acque del fiume Enns. Gli viene così legata una pietra al collo che ha la funzione non solo di assicurare la morte, ma anche di impedire il recupero del corpo, impedendo così il sorgere di qualsiasi culto o devozione sulle spoglie. Ma non andò così. Floriano comparve in sogno alla vedova Valeria che segretamente, ritrovato il corpo, lo seppellì nei pressi del luogo del martirio. Eventi straordinari si succedono nel luogo in cui riposa il corpo di Floriano, in particolare sorgenti miracolose compaiono per dissetare animali al traino di carretti, non a caso nell'iconografia viene rappresentato con accanto buoi e con in mano un secchio d'acqua. Quest'ultimo aspetto si declina nel senso più ampio, egli vista la forte affinità con l'acqua viene invocato a protezione degli incendi.
L'immagine del sacrificio di San Floriano e alcuni momenti salienti della sua passio, affrescati da Giulio Urbanis tra il 1580 e il 1585, sono ancora oggi visibili nell'omonima cappella della pieve illegiana.

La pieve è visitabile su prenotazione ogni sabato e domenica.

LUOGO: Cappella di San Floriano, pieve di San Floriano, Illegio

LIBRO: San Floriano di Lorch, Atti del convegno internazionale di studi, a cura di Bergamini G. e Geretti, A., Tolmezzo 5 ottobre -6 dicembre 2003, Skira, Milano, 2003.


LE INQUIETUDINI DI BOTTICELLI

17/08/2016

L'adorazione dei Magi esposta alla mostra di Illegio rappresenta, malgrado la sua incompiutezza, una delle opere più misteriose ed interessati realizzate da Botticelli. Elemento di grande singolarità è il fatto di condensare nella formula pittorica e nella tematica le inquietudini e le tensioni che si stavano addensando sui destini di Firenze e sulla carriera dello stesso pittore.

Poteva un'opera dal soggetto sacro essere così legata alle vicende mondane?! Di certo il tema dell'adorazione dei Magi ben si prestava ad una interpretazione in parte profana, poiché la lettura schiettamente politica di tale soggetto ha avuto una discreta fortuna nella Firenze medicea. Si contano, infatti, diverse prove pittoriche in cui attraverso il tema dei Magi si allude alla nobiltà dell'epoca. Peraltro tale associazione nel contesto fiorentino viene declinata più volte alla casata dei Medici; la più illustre testimonianza a questo proposito è, senza dubbio, l'opera di Benozzo Gozzoli nell'affresco della cappella dei Magi in palazzo Medici Riccardi.

L'accezione mondana del soggetto non risultava estranea alle pratiche di Botticelli che nell'Adorazione Lama, realizzata nel 1473-74 e oggi conservata agli Uffizi, aveva inserito, per volontà del committente Giovanni Zanobi del Lama (o Gaspare Zanobi del Lami), i ritratti dei Signori di Firenze nelle figure dei Magi e del loro corteo. Non fu difficile dunque per il pittore piegare ancora una volta i moduli narrativi dell'Adorazione per inserire contenuti a lui contemporanei: la presenza di Carlo VIII in primo piano, l'abbondanza di cavalieri sullo sfondo e il suo grandioso esercito sceso in Italia per appropriarsi dei territori aragonesi proiettano l'opera ben oltre i soli termini sacri trasformandola in un'efficace testimonianza del presente.

Mai in passato Botticelli aveva reso attraverso la pittura una testimonianza così forte del suo vissuto: la tavola, infatti, sia dal punto di vista contenutistico che stilistico è legata a doppio filo alle drammatiche vicende che toccano da vicino il pittore.

L'ultimo decennio del secolo è carico di momenti cupi: gli anni di pace e di prosperità di Firenze nonché l'epoca d'oro della cultura e delle arti erano ormai uno sbiadito ricordo. La morte del Magnifico e il debole governo di Piero il Fatuo, l'elezione di papa Borgia insieme alle mire politiche di Carlo VIII Valois avevano innescato le Guerre d'Italia inaugurando una nuova fase tensiva e difficoltosa.

L'instabilità politica fiorentina coincideva non solo con le paure millenaristiche di una ipotetica fine del mondo allo scadere del millennio, ma anche con il movimento di rinnovamento spirituale propagandato da frate Gerolamo Savonarola. È noto come Botticelli non fosse immune alle prediche del frate, sebbene non possa essere ritenuto propriamente un "piagnone" (espressione utilizzata per identificare i seguaci di Savonarola ripresa anche da Vasari). Le parole del frate domenicano tuttavia provocarono in Botticelli una profonda spinta al rinnovamento linguistico: ai temi mitologici e mondani il pittore di colpo predilige soggetti religiosi, mentre il tratto pittorico perde la morbidezza e la dolcezza giovanile diventando via via più aspro e secco, rifugiandosi, addirittura, in arcaismi stilistici.

Tale inclinazione nell'Adorazione risulta tuttavia appena accennata manifestandosi secondo formule più evidenti nelle opere dell'ultima produzione quando sul piano personale si addensano altri lutti e funesti accadimenti: Nel 1494 muoiono sia il fratello Giovanni sia Agnolo Poliziano, amico del pittore nonché autore di buona parte dei programmi sottesi dalle opere, qualche anno dopo la città medicea è funestata da una virulenta epidemia di peste, nel maggio 1498 Savonarola è impiccato e arso vivo in piazza della Signoria. Questi eventi incupiranno ancora di più lo stile degli ultimi anni aspetto che gli costerà la perdita di buona parte dei suoi committenti tanto da farlo precipitare, come scrive il Vasari, "in disordine grandissimo... onde in ultimo si trovò vecchio e povero, di sorte che se Lorenzo de' Medici mentre che visse, per lo quale, oltre a molte altre cose, aveva assai lavorato allo spedaletto in quel di Volterra, non l'avesse sovvenuto, e poi gl'amici e molti uomini da bene stati affezionati alla sua virtù, si sarebbe quasi morto di fame.". Triste destino che i volti accigliati, cupi e pensierosi dei molti personaggi dell'Adorazione sembrano già voler suggerire.

Per saperne di piu

OPERA IN MOSTRA: Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1500 circa, olio su tavola, Uffizi, Firenze.

OPERA FUORI MOSTRA: Benozzo Gozzoli, Cappella dei Magi, 1459, Palazzo Medici Riccardi, Firenze.

LIBRO:Alessandro Cecchi, Botticelli, Motta, Milano, 2005


LABORATORI CREATIVI: PAROLE IN VIAGGIO

20/08/2016 - ore 16:30

Sabato 20 agosto torna l'appuntamento con il laboratorio Parole in Viaggio: sull'esempio di Dante i bambini si improvviseranno poeti, giocheranno con le parole e con la fantasia scoprendo le potenzialità della lingua italiana e dell'immaginazione, creando divertenti storie sullo stile dei "limerik" di Rodari.
Età consigliata: 8-15 anni

Le storie muoveranno dalla scoperta dei nomi delle vie di Illegio, graze alla presenza di una grande cartina dove "camminare" con la mente e scoprire quanto le parole possano farci giocare viaggiando con l'immaginazione. In un secondo tempo i testi così creati da ognuno costituiranno una delle tante pagine di un manoscritto composto e miniato dagli stessi bambini! Al termine del laboratorio di scrittura creativa si leggeranno tutte le divertenti e impossibili storie create!

"Oltre la tela" è un mondo di divertimento da scoprire. Per i più piccoli ogni sabato alle 16.30 va in scena il laboratorio creativo dove attività ludiche, creative e stimolanti trasformano la mostra in un luogo di confronto, collaborazione e crescita. Attraverso vari strumenti come il gioco, l'immaginazione, la poesia ed il racconto, i giovani visitatori potranno penetrare la tela, giocare con le parole, viaggiare nel tempo e nello spazio, costruendo la loro opera d'arte.

INFO E PRENOTAZIONI

Tutti i laboratori presuppongono la visita guidata alla mostra con tutta la famiglia. 
I laboratori sono gratuiti e disponibili SABATO alle ore 16:30 previa prenotazione tramite mail 
o telefonando al 347 3962621.

Laboratori a cura di Erica De Gasperin, Nicole Pravisani e Giulia Toffoletti


I SIGNORI DI LEGIO

13/08/2016

Sebbene siano passate molte centinaia d'anni ben vivida rimane nella tradizione popolare orale l'immagine dei castellani di Illegio, i domini de Legio. Di loro si tramanda l'immagine di nobili duri e crudeli, dediti a nefandezze e soprusi, tanto da essere cacciati dalla stessa popolazione in rivolta che, nel 1313, prese d'assalto il castello ubicato, secondo la leggenda, non distante dalla Pieve, appiccandogli fuoco costringendo i feudatari alla fuga verso Cividale. Non stupisce che per rivalsa la gente del luogo abbia provveduto a cancellare ogni ricordo ogni traccia della loro presenza, perfino dagli affreschi della pieve.

Malgrado gli esiti infelici del loro governo appare evidente come la casata dei di Legio fosse tra le più antiche ed importanti dei territori della Patria del Friuli, parte di quel sostrato gentilizio di ministeriales tenuto a fornire supporto militare e consiglio al patriarca nonché responsabile del mantenimento dei territori. Come è noto, il territorio che si estendeva lungo il corso del fiume But rivestiva un ruolo nodale nei possedimenti della Patria poiché conducevano alle due vie all'epoca fortemente trafficate: la valle d'Incarojo e il passo di Mont Croce Carnico entrambe percorsi privilegiati per l'accesso ai territori germanici. La presenza del favoleggiato castello dei domini de Legio proprio sul crinale del Gjaideit che apre il suo guardo sull'alta valle del But non ché di diverse fortificazioni presenti nella conca illegiana confermano la posizione strategicamente significativa della famiglia nel contesto del governo dei territori friulani e il peso diplomatico della stessa all'interno dell'entourage patriarchino.

Dopo la distruzione del castello e la cacciata dai territori illegiani la casata si divise in tre distinti rami insediatisi nei possedimenti di Cividale, Cassacco mentre un terzo nucleo della famiglia stabilì la sua dimora non lontano dal tolmezzino tra il canale di San Pietro e quello di Gorto. Tuttavia, traccia tangibile del loro imperioso dominio permane indelebile nei citati affreschi della pieve di San Floriano: oltre ai ritratti sfregiati ne è prova lo stemma della famiglia, che capeggia accanto all' Annunciazione: uno scudo con un leone rampante su fondale rosso.

Per saperne di più

LUOGO: Pieve di San Floriano, aperta su prenotazione ogni week end in concomitanza con la mostra.

LIBRO: M. d'Arcano Grattoni, I signori di Legio, in La pieve di San Floriano d'Illegio, a cura di Flavia de Vitt, Forum, Udine, 2006, pp.127-150.


LABORATORI CREATIVI: STORIE DI LUCE

13/08/2016 - ORE 16:30

Sovrapporre, ricamare, colorare, ritagliare materiale trasparente, semitrasparente e opaco per creare paesaggi tratti dalle opere in mostra o immaginari. Un viaggio nella conoscenza della prospettiva aerea e degli straordinari modi con cui gli artisti dipingono la profondità.
Età consigliata: 4-10 anni

Partendo da uno dei racconti presenti in mostra impareremo come la luce e i materiali possano aiutarci a rappresentare elementi impalpabili quali il sogno, l'aria e le trasparenze dell'acqua. Il sole in tal modo filtrerà tra gli splendidi sogni creati dalle mani dei bambini!
Attraverso l'uso della trasparenza si sperimentano le sovrapposizioni e le varianti di colore susseguenti in modo da ricreare un'immagine partendo dallo sfondo impalpabile dell'aria e delle montagne fino alle figure in primo dai colori forti e vivaci.

INFO E PRENOTAZIONI

Tutti i laboratori presuppongono la visita guidata alla mostra con tutta la famiglia. 
I laboratori sono gratuiti e disponibili SABATO alle ore 16:30 previa prenotazione tramite mail illegio.bambini@gmail.com 
o telefonando al 347 3962621.

Laboratori a cura di Erica De Gasperin, Nicole Pravisani e Giulia Toffoletti


LORENZO MONACO: IL MAESTRO DEL TARDOGOTICO

5/08/2016

A una persona buona e religiosa, credo io che sia di gran contento il trovarsi alle mani qualche esercizio onorato o di lettere o di musica o di pittura o di altre liberali e meccaniche arti, che non siano biasimevoli, ma più tosto di utile agl’altri uomini e di giovamento; perciò che dopo i divini uffici, si passa onoratamente il tempo col diletto che si piglia nelle dolci fatiche dei piacevoli esercizii; a che si aggiugne che non solo è stimato e tenuto in pregio dagl’altri,  ma che ancora è dopo la morte da tutti gli uomini onorato, per l’opere e buon nome che di lui resta a coloro che rimangono.” (G.Vasari)

Correva l’anno 1391 quando Lorenzo, al secolo Piero di Giovanni, prese i voti minori, divenendo frate camaldolese presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli a Firenze. Tale testimonianza ci riporta nel vivo del fervido clima spirituale che caratterizzò l’esistenza dell’artista. Lorenzo nato e cresciuto nell’ambiente tardogotico senese dominato dalla personalità di Simone Martini e dei Lorenzetti crebbe respirando la feconda brezza di innovazione giottesca della bottega di Agnolo Gaddi. Attraverso questi maestri si trasmise al pittore l’eredità della grande tradizione toscana trecentesca: disegno netto e preciso, linee sinuose ed eleganti, colori brillanti e luminosi ed esecuzione pittorica estremamente raffinata. Ma la sua narrazione, devota anche alla cura miniaturistica pervenutagli dall’ambiente del monastero, resta sempre rigorosa, senza nessuna concessione alla mondanità cortese, aspetto che lo distingue da molti altri pittori tardogotici.

Ma la tavoletta esposta in mostra, che assieme ad altre due di identico formato componeva una predella d’altare, vuole essere testimonianza dell’ultima produzione del maestro. Gli ultimi anni di attività del Monaco si svolsero in parallelo al primo sorgere a Firenze della cultura rinascimentale impersonata dagli esordi di Brunelleschi e Masaccio. Di queste novità Lorenzo non sembra interessarsi intento a proseguire il suo personale cammino. Gli studiosi sembrano concordemente affiancare la predella di Lorenzo alla pala con la Deposizione dalla Croce realizzata dal Beato Angelico per la cappella Strozzi in Santa Trìnita a Firenze. L’altare, commissionato da Palla Strozzi a Lorenzo Monaco, sarebbe stato portato a compimento dal celebre allievo a causa della sopravvenuta morte del maestro nel 1424. La scena ritrae il miracoloso intervento di San Nicola in aiuto di un gruppo di pellegrini scossi da una terribile tempesta marina. Il miracolo è sapientemente narrato mediante figure allungate e inconsistenti, come trasfigurate da un misticismo sublime che trova massima espressione in paesaggi surreali di straordinario fascino. L’opera, in cui si raggiungono i vertici della visionarietà tardogotica, si propone come uno dei più alti e fantasiosi esiti della pittura fiorentina di tutti i tempi.

Per saperne di più.

OPERA IN MOSTRA: Piero di Giovanni detto Lorenzo Monaco, San Nicola di Bari salva i naviganti, tempera su tavola, 1422-1423, Museo di San Marco, Firenze, Italia.

OPERE FUORI MOSTRA: Lorenzo Monaco, Natività, 1422-1423, Museo di san Marco, Firenze. Lorenzo Monaco, Storie dei Santi Eremiti Onofrio e Pafnuzio, 1422-1423, Museo di San Marco, Firenze.

LIBRO: Angelo Tartuferi, Daniela Parenti, Lorenzo Monaco. Dalla tradizione giottesca al Rinascimento, Giunti, Firenze, 2006. L.B. Kanter, in Dizionario biografico dei miniatori italiani. Secoli IX-XVI, a cura di M. Bollati, Milano 2004. G. Vasari, Le vite (1568), a cura di R. Bettarini e P. Barocchi, Firenze 1967.


LA PASSIONE DI DANTE PER VIRGILIO

03/08/2016

Da diversi passi della Commedia traspare il viscerale amore di Dante per l'opera e lo stile di Virgilio. Il mantovano è per il Poeta fiorentino un modello imprescindibile: "tu sé lo mio maestro e'l mio autore; tu sé solo colui da cu 'io tolsi lo bello stile per cu' io mi volsi" (Inf. I 85-87).

Per l'immagine della discesa negli Inferi, sebbene Dante potesse avvalersi di fonti a lui più vicine cronologicamente (le visioni medioevali) o altrettanto autorevoli (le Metamorfosi di Ovidio), da esse trae pochi elementi: troppo lontane erano dal suo gusto e dal suo intento poetico. L'orientamento lirico-narrativo della sua poesia e la forte ammirazione per Virgilio lo porta a cogliere a piene mani dal repertorio dell'Eneide.

L'adesione ai modelli virgiliani appare evidente soprattutto nel terzo canto dell'Inferno quando, giunto alle sponde dell'Acheronte, incontra Caronte. La descrizione del nocchiero infernale, la ritrosia di quest'ultimo ad accoglierlo sulla barca e l'intervento dell'accompagnatore sono elementi che Dante rielabora sulla base del VI canto del poema virgiliano, nel passaggio in cui si racconta la discesa ctonia del pio eroe troiano accompagnato dalla Sibilla Cumana.

Sorprendenti le somiglianze, ad esempio, nella resa delle sembianze mostruose di Caronte, descritto nel passo dantesco con queste parole: "Caron dimonio con gli occhi di bragia" (Inf. III 109), "un vecchio, bianco per antico pelo" (Inf. III 83). Le due caratteristiche distintive della divinità infernale, la barba bianca e gli occhi infuocati, derivano dal profilo tratteggiato da Virgilio, quest'ultimo si sofferma con maggior precisione nel descrivere i tratti foschi e demoniaci insistendo sulle caratteristiche bestiali e orrende del mostro. "Su queste acque che scorrono veglia, terribile nocchiero, d'orrido squallore Caronte: folto bianco pelo dal mento gli scende incolto; fissi sono gli occhi di fuoco, sozzo mantello con nodo dalle spalle gli cade" (AE VI 297-301).
Similmente all'eroe troiano, che incalza di domande la sua guida con le parole "Dimmi o vergine che è l'accorrere al fiume? Che vogliono gli spirti?" (AE VI 318-320), Dante interroga Virgilio: "Maestro, or mi concedi ch'i' sappia quali sono, e quale costume le fa di trapassar parer si pronte" (Inf. III 72-74)

Per entrambi i viaggiatori che si addentrano negli antri infernali l'incontro con Caronte è segnato dal fermo rifiuto del mostro di offrire loro un passaggio. Così descrive la scena Virgilio: "Chiunque tu sia, che armato al nostro fiume ti volgi, su, da costì, dì perché vieni e ferma il passo. Luogo d'ombre è questo, di sonno e torbida notte; empio è portare viventi corpi su zattera Stigia" (AE VI 388-391). Ancora più decisa è la reazione del Caronte dantesco: "Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare più lieve legno convien che ti porti" (Inf. III 91-93)

Centrale per entrambi i viaggiatori sarà l'intervento del loro accompagnatore, Virgilio zittirà il mostro infernale adducendo come motivazione la volontà divina e usando le celebri parole: "Caron, non ti crucciare: vuolsi così colà ove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare" (Inf. III 94-96). Virgilio metterà in bocca alla Sibilla Cumana parole suadenti, facendo leva sulla pietas e sull'amore paterno di Enea, infine convincendo Caronte con l'offerta del ramoscello d'oro: "Enea Troiano di Pietà e di valore esempio, fra le profonde ombre dell'Erebo scende dal padre, se non ti muove affatto il pensiero di tanta pietà, almeno questo ramo ravvisa. Allora s'ammorza il cuore gonfio d'ira e tace" (AE VI 403- 408).

La dipendenza di Dante dai modelli virgiliani nonostante la sua evidenza non costituirà per il toscano un limite stilistico e formale, ma un trampolino di lancio per una piena autonomia poetica. Le stesse parole usate dal poeta latino, quando si congeda da lui nel XXXIII canto dell'Inferno, sembrano infatti presagirlo: "Non aspettar mio dir più né mio cenno, libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno, per ch'io te sovra te corono e mitrio".


Per saperne di più.

OPERA IN MOSTRA: Livio Mehus, Crescenzio Onofri, Dante e Virgilio all'Inferno, 1680-1690, olio su tela, Galleria Palatina Palazzo Pitti, Firenze; José Benlliure y Gil, La barca di Caronte, 1919, olio su tela, Museo della Belle Arti di Valencia, Spagna.

LIBRO: Publio Virgilio Marone, Eneide, Milano, Feltrinelli, 2010


LABORATORI CREATIVI: VIAGGIATORI RICICLATI

06/08/2016 - ore 16:30

Prossimo sabato torna il laboratorio "Viaggiatori riciclati" che tanto è piaciuto ai bambini delle scorse edizioni. In questo atteso appuntamento col divertimento useremo del materiale offerto direttamente dalla natura. I personaggi incontrati nelle opere d'arte verranno reinventati, trasformati e rivestiti attraverso il riciclo di foglie, rametti, spezie... Si darà forma così a nuovi, pittoreschi e profumatissimi viaggiatori!
Età consigliata: 4-8 anni


Vi aspettiamo numerosi per giocare insieme e creare questi splendidi ritratti riciclati. L'esplorazione non è più solo mentale ma anche fisica grazie alla sperimentazione di questo straordinario inventario di materiali naturali.
Portate con voi solo tanta fantasia!

INFO E PRENOTAZIONI

Tutti i laboratori presuppongono la visita guidata alla mostra con tutta la famiglia. 
I laboratori sono gratuiti e disponibili SABATO alle ore 16:30 previa prenotazione tramite mail illegio.bambini@gmail.com 
o telefonando al 347 3962621.

Laboratori a cura di Erica De Gasperin, Nicole Pravisani e Giulia Toffoletti


I PORTALI DI ILLEGIO

02/08/2016

La presenza di portali decorati è strettamente legata allo sviluppo architettonico ed urbanistico del paese. Dalle tracce antiche tutt'ora riconoscibili emerge come la fisionomia dei caseggiati si articoli secondo la struttura della corte chiusa: nuclei abitativi composti da una serie di edifici disposti sul perimetro, tipicamente vani residenziali, stalle e fienili affacciati su un unico cortile centrale.

All'interno vi risiedeva una famiglia allargata, il cui cognome o soprannome andava a identificare la corte stessa. Tale indirizzo costruttivo era assai comune nel tessuto abitativo rurale del nord Italia e aveva lo scopo di accogliere, entro un ambiente circoscritto e delimitato, famiglie e bestiame proteggendoli dalle incursioni degli animali selvatici che scendevano dai boschi limitrofi.

La formula delle corti chiuse andò gradualmente disgregandosi con l'evoluzione demografica. L'aumento della popolazione provocò il frazionamento degli edifici tra gli eredi, accompagnato da un ulteriore ridimensionamento delle corti a causa dell'impellente necessità di locali abitativi; questo portò alla progressiva polverizzazione degli spazi centrali comuni spingendo diversi nuclei familiari a ricercare ulteriore spazio abitativo all'esterno.

Alla corte si accedeva attraverso due tipologie di passaggi: l'arco semplice, generalmente presente quando uno dei lati della corte era chiuso da una cinta muraria, e l'androne o loibie, un ingresso coperto che taglia parte del volume dell'abitazione. Gli ingressi più antichi erano costituiti da semplici archi di conci di tufo appena sgrezzato, materiale molto usato perché leggero e di facile lavorazione; la chiave di volta veniva di norma incisa con la data d'esecuzione.
Nell'800 si fa strada un gusto maggiormente decorativo che porta all'abbandono del tufo, considerato materiale povero, in favore della pietra lavorata con peducci e chiave di volta finemente decorati. Come già anticipato, la particolarità architettonica di questi archi è la chiave di volta che è scolpita con il motivo dell'agnus dei o dei mascheroni; di quest'ultimo motivo sono presenti due esemplari, il "garibaldino" di casa Fìlip, realizzato nel 1861 con le tipiche caratteristiche dell'eroe dei due mondi, e il "turco" di casa Florido, datato 1845, che richiama in modo diretto la fontana "del Turco" collocata lungo la strada che collega Gemona ad Artegna.

Per saperne di più

LUOGO: Per non perdere nessuno die portali di Illegio partecipa al giro guidato gratuito di Illegio ogni sabato alle 15.30.

LIBRO: Arduino Scarsini, Illegio, valore culturale e storico di un borgo della Carnia, Comune di Tolmezzo Editore, Tolmezzo, 1995.


GLI SCAVI DI SAN PAOLO

28/07/2016

Ad Illegio le leggende e i racconti tramandati dagli anziani si sono dimostrati in diverse occasioni veritieri ed attendibili tanto da spingere il Comitato di San Floriano ad indire una campagna di scavi in una zona periferica del paese collocata cinquecento metri a nord est dal nucleo abitato.

Diversi erano i presupposti che lasciavano intendere l'esistenza di un antico edificio di culto in quella zona: gli anziani del paese riportavano nei racconti che alcuni resti abitativi affioravano da terra; fonti documentarie, inoltre, testimoniavano in quel luogo la presenza di un edificio di culto dedicato a San Paolo, precedente all'edificazione dell'attuale chiesa del paese, in uso fino ai primi decenni del Settecento. Poteva il sito di San Paolo rivelare tracce ancora più antiche?!

I sospetti e le congetture portarono, nel 2002, all'avvio di un'intensa campagna archeologica. Vi erano, infatti, consistenti indizi riguardo ad una edificazione antica della chiesa: diversi documenti antichi, ad esempio, attestavano la pratica della sepoltura in quella zona, aspetto che sembrava dare fondamento storico ad alcune tradizioni e memorie secondo le quali da San Pauli partivano le rogazioni liturgiche. Nello stesso luogo, secondo le leggende, transitava il corteo degli spiriti che la notte del 1 novembre attraversava il paese in direzione di San Floriano. L'elemento più curioso, posto a fondamento di una datazione antica della pieve, era il permanere nei costumi locali dell'abitudine di commemorare la chiesa di San Paolo nella giornata del 1 agosto che, secondo il calendario liturgico antecedente alla riforma di Gregorio VII (papa dal 1073-1085), va collegata alla festa della chiesa di San Pietro e Paolo in Vincoli a Roma (solo dal 1076 dedicata unicamente al primo vescovo di Roma).

I ritrovamenti archeologi non tardarono a confermare tali supposizioni: sotto i resti della chiesa tardo quattrocentesca vennero ritrovate tracce di edificazioni risalenti alla fine del IV secolo. Si tratta delle fondamenta di un edificio a pianta rettangolare ad aula unica, con abside quadrangolare e annessi liturgici per un totale di 36 mq, nella parte esterna permangono le tracce di un porticato. Tale edificio, dotato anche di un fonte battesimale, insieme ai ritrovamenti di Invillino ed Ovaro, testimonia la precoce e capillare diffusione del cristianesimo attuato in Friuli sotto la giurisdizione del Patriarca. Tuttavia il caso Illegiano sembra precorrere gli altri ritrovamenti attestandosi come la più antica testimonianza di pieve rurale in Carnia

Per saperne di più

LUOGO DA VISITARE: Illegio, zona San Paolo.

LIBRO: Roascio (S.), Cavagnin (S.), Strutture e riti di fondazione di una chiesa rurale alpina, il caso di San Paolo di Illegio, in Atti del IV Congresso Nazionale di Archeologia Medioevale, San Gargano di Siena, settembre 2006, pp.297-303.


DOMENICHINO E LA PITTURA SU RAME

29/07/2016

La pittura su rame gioca un ruolo fondamentale nella produzione del bolognese Domenico Zampieri detto il Domenichino, egli, infatti, non solo coglie con grandissima precocità le potenzialità di questo supporto, lasciando un corpus di oltre una ventina di opere; questo materiale viene preferito ad altri per mettere in atto un’arditissima sperimentazione artistica volta a sfidare i limiti della pittura.

L’utilizzo del rame come supporto pittorico si diffonde nel centro Italia a partire dalla seconda metà del ‘500 grazie a due fattori: in primis, l’incessante ricerca da parte degli artisti di un supporto resistente in sostituzione alle tradizionali tele o tavole; secondariamente, lo sviluppo dell’incisione calcografica che aveva introdotto alla sperimentazione su supporti metallici. Il materiale preferito in questo campo era appunto il rame, prescelto per la sua duttilità, resistenza e compattezza sia se lavorato col bulino sia se sottoposto al procedimento chimico dell’acquaforte. Il consueto impiego del rame in campo grafico spinse alcuni pittori a utilizzarlo anche in pittura.

Dipingere ad olio su rame non era una pratica estranea alla cerchia degli artisti emiliani da cui Domenichino proveniva: Reni, Guercino e i Carracci sono tra i primi ad optare per tale supporto nella loro pittura. I tre fratelli bolognesi Agostino, Ludovico e Annibale Carracci, responsabili della formazione classicista del Domenichino, lo introducono alla pratica adottata dai bolognesi per l’inequivocabile pregio estetico: va ricordato che il rame, a differenza dei comuni supporti, non assorbe il legante lasciando il colore saturo e brillante.

Ciò che distingue Domenichino dai suoi maestri è la tendenza a sfidare i limiti imposti dalla tecnica stessa; questo atteggiamento risulta evidente nel caso delle pale d’altare per la cappella di S. Gennaro nel Duomo di Napoli.

Nel 1630 l’artista era stato chiamato nella città partenopea ad intervenire nella decorazione della cupola e dei pennacchi del Duomo. I Deputati del Tesoro di San Gennaro, insoddisfatti dall’intervento dei napoletani Caracciolo e Santafede e del bolognese Gessi, dopo aver ricevuto il rifiuto di Reni e del Cavalier d’Arpino, si erano rivolti proprio a Domenichino per la realizzazione di un'ulteriori commessa: le sei pale della cappella del santo. Cogliendo il desiderio dei committenti di scongiurare problemi conservativi a cui i tradizionali supporti erano soggetti Domenichino suggerisce di utilizzare il rame.

Si tratta di un’impresa inedita e arditissima che poneva non poche problematiche operative anche per un pittore competente come il bolognese avente alle spalle una trentennale esperienza con tale materiale. Due sono i dilemmi posti dalla pittura su rame: in primo luogo, l’impossibilità di usare lastre d’ampio formato (si ricordi che le pale della cappella sfiorano i tre metri di altezza) poiché la pittura su rame mal si adattava a supporti d’ampio formato per la flessibilità che assumevano le lastre. Questo aspetto viene ovviato dal pittore attraverso l’utilizzo di una molteplicità di lastre fissate assieme. In secondo luogo, ciò che solo il tempo avrebbe potuto appurare, la pittura su rame generava forti problemi conservativi legati a due fattori: l’adesione del film pittorico al metallo, in quanto in mancanza della fusione tra il colore e il supporto la superficie pittorica era fortemente soggetta a distacco, e la corrosione del rame dovuta all’interazione ossidativa tra olio e metallo.

Della titanica impresa napoletana l’artista riuscirà a completare solamente quattro pale lasciando la quinta incompleta a causa della morte, forse per avvelenamento, sopraggiunta il 6 aprile 1641. Il lavoro venne completato da Stanzione e da Ribera, mentre per gli affreschi della cupola intervenne Lanfranco. Le quattro opere su rame realizzate a Napoli sono oggi una viva testimonianza dell’impresa mai eguagliata di Domenichino e della sua forte vena sperimentale non di rado tesa a sfidare i limiti a cui la stessa tecnica era soggetta.

per saperne di più

OPERA IN MOSTRA: Domenico Zampieri detto Domenichino, Fuga in Egitto, 1620, olio su rame, Galleria Nazionale d'arte Antica palazzo Barberini, Roma.

OPERA FUORI MOSTRA: Duomo di Napoli.

LIBRO: I supporti nelle arti pittoriche, a cura di C. Maltese, Mursia, Milano, 1990.


L' INFERNO DI BRUEGHEL E BOSCH

22/07/2016

"Si dice che alle Furie, commosse dal canto,
per la prima volta

si bagnassero allora di lacrime le guance.
Né ebbero cuore,

regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto
alla sua preghiera,

e chiamarono Euridice."

[Ovidio, Metamorfosi, versi 45-48 - Libro X]

Grazie alla sua musica Orfeo può giungere indisturbato al cospetto di Proserpina e Plutone, gli dei dell'Ade, incantando ogni essere lungo il suo cammino: orrendi mostri ammutoliscono, i supplizi dei dannati cessano e ogni spettro accorre per ascoltare le note provenienti dalla sua lira. La sua amata Euridice si cela tra queste anime, è per tale ragione che Orfeo intraprende il viaggio agli Inferi, vuole salvarla, riportarla in vita, strapparla a quel mondo in cui è giunta troppo presto. Persuasi gli dei, il cantore non riuscirà, tuttavia, a mantenere fede all'unica condizione posta: non voltarsi mai indietro. Conoscono bene le divinità la fragilità dell'animo umano! Giunto quasi alle porte dell'Ade Orfeo non resiste, si volta, rompendo l'accordo. Sarà questo l'ultimo istante in cui vedrà la sua amata, Euridice svanirà per sempre richiamata nel regno delle ombre da Proserpina lasciando il cantore in preda ad un infinito indomabile dolore.

A Jan Brughel non era estraneo - come non lo era neppure per il padre Peter Brueghel il Vecchio - il mondo allucinato e ambiguo di Hieronymus Bosch, dove si nasconde l'uomo, tra gli spazi delle deformità e delle illusioni. Gli universi demoniaci dipinti da Bosch si ispirano con molta probabilità alla Visio Tungdali, un'opera del XII secolo. In questo testo si narra, con dovizia di particolari, la discesa agli inferi di un cavaliere irlandese. L'autore descrive dettagliatamente le torture inferte ai dannati e l'aspetto degli esseri mostruosi presenti all'inferno.
Ogni mostruosità, ogni oggetto, l'ambientazione complessiva, i colori che vediamo nelle opere di Bosch sono da indagare alla luce di una simbologia estremamente complessa, anche ora oggetto di indagine e di varie supposizioni. E il legame musica/peccato non lo è di meno. A partire da interpretazioni passate del testo biblico che pose i musicisti, come gli attori, nel gorgo del male e della trasgressione: "il tuo fasto è disceso nello Sceòl come la musica delle tue arpe [Isaia 14, 11].

Nei dipinti di Bosch gli strumenti musicali sono macchine infernali di sofferenza, sono oggetti privi di ogni componente ricreativa, come si può osservare nei particolari del trittico "Il Giardino delle delizie". Nell'opera di Brueghel - al contrario - il suono della lira di Orfeo, che risuona in questo mondo ultraterreno popolato di esseri deformi e inquieti, lenisce le sofferenze. La musica sola è salvezza e speranza per lui e per chi lo incontra. Nonostante queste straordinarie invenzioni, la pittura di Brueghel, come quella di molti altri artisti nordici, e la loro interpretazione della realtà animata, inanimata e ultraterrena, le loro architetture fantastiche e la bellissima pittura di paesaggio, vennero riscoperte soltanto nell'ultimo decennio del Cinquecento dal cardinale Federico Borromeo, un suo grande estimatore, per il quale l'artista realizza numerose opere [nel Museum, 1618 ca, annesso al De Pictura Sacra, 1625].

Un grande artista da riscoprire, dunque, Jan Breughel il Vecchio, appellativo attribuitogli per distinguerlo dal figlio, dei Velluti, dei Fiori e del Paradiso, in ragione dei suoi soggetti preferiti. Nell'opera Orfeo agli Inferi, tuttavia, troviamo due distinte firme dell'artista: una in basso a sinistra Brueghel A° 1594, e una sul retro, inconsueta, meravigliosa, a rimarcare una fine predisposizione per taluno argomento: Brueghel de Diables. La stessa scena infernale dell'opera palatina (realizzata durante il suo soggiorno romano), fu replicata dall'artista nel 1604 e ripresa, in seguito, in terra lombarda per il cardinal Borromeo, nell'Incendio di Gomorra della Pinacoteca Ambrosiana.

Per un ulteriore approfondimento:

OPERA IN MOSTRA: Jan Brueghel il Vecchio, Orfeo agli Inferi, olio su rame, 1594, Galleria Palatina, P.zzo Pitti, Firenze.

OPERE FUORI DALLA MOSTRA: Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie - part. Inferno Musicale, olio su tavola, 1480-1490, Museo del Prado, Madrid.

LIBRO: Ovidio P. N., Metamorfosi, Einaudi Tascabili, Torino, 2004, [libro X - v. 1-75]; Centini, M., Bosch, una vita tra i simboli, Ed. Polistampa, Firenze, 2003; Bruno S., Rubens e la pittura fiamminga del Secolo d'oro, E-ducation.it S.p.A, Firenze, 2007; Chiarini M. e Padovani S (a cura di), La Galleria Palatina e gli appartamenti reali di Palazzo Pitti: catalogo dei dipinti, Centro Di, Firenze, 2003.


DANTE PATRIOTA RISORGIMENTALE

20/07/2016

Quando Domenico Peterlin, pittore e patriota vicentino, realizza due versioni dell'opera Dante in esilio (nota anche come Dante seduto in riva all'Adriatico), tra il 1860 e il 1865, in anni cruciali per la formazione del regno d'Italia, è ben consapevole del forte significato simbolico e dei risvolti politici insiti nel tema dantesco. La riproduzione delle effigia del Sommo poeta non era, dunque, casuale, ma strettamente connessa alle vicende politiche e sociali che scuotevano la penisola.

Due sono gli aspetti nella letteratura e nell'arte che nell'800 si intrecciano alla figura del Vate fiorentino: da un lato una forte rivalutazione critica della produzione dantesca risollevata dall'oblio a cui è soggetta tra '600-'700, dall'altro una lettura schiettamente civile e politica del corpus letterario e della vita del Poeta.

La fortuna di Dante in epoca moderna parte dalla fine del '700 quando, dopo un lungo secolo segnato dal razionalismo illuminista che aveva relegato i suoi scritti in secondo piano, la Commedia ritorna al centro dell'interesse. Tre figure risultano nodali nel processo di rivalutazione della Commedia dantesca: Vincenzo Monti, Ugo Foscolo e Giuseppe Mazzini. Se ai primi due va il merito di aver riacceso l'interesse critico nei confronti del Poeta, all'ultimo, per altro forte estimatore di Foscolo e dunque propenso a metabolizzare le sue preferenze letterarie, si deve la conduzione su binari politici dell'interpretazione dantesca, aspetto che cambiò radicalmente l'immagine del poeta nell'800.

La rivalutazione di Dante in Italia non è un caso isolato: in epoca romantica alcuni passi salienti della Commedia nonché la vita stessa del suo autore erano stati oggetto di celebrazione soprattutto in campo artistico. Noti sono i casi della Pre-Raphaelite brotherhood inglese o le illustri prove di Ingres e Delacroix in Francia. Tuttavia tali passi venivano intesi secondo una chiave di lettura strettamente sentimentale, romantica appunto. Diverso invece è il caso italiano dove le sorti del Poeta sono legate a doppio filo alle imprese della costruenda patria e dove si assiste ad un'interpretazione marcatamente ideologica e civile della sua poesia; un fenomeno che non tarderà a far assurgere Dante al ruolo di icona e, suo malgrado, di apostolo della libertà e degli afflati risorgimentali.

Negli anni che precedono la formazione dello stato italiano, tra le rappresentazioni che ricorrono con maggior frequenza in tale filone, rilevante risulta l'immagine di Dante meditabondo e fosco poiché uomo senza redenzione ed esule dalla sua città (sorte che, peraltro, molti giovani patrioti condividevano). A tale suggestione neppure Peterlin, volontario sul fronte veneziano ai tempi della prima guerra d'indipendenza, sa resistere; e il successo è grande, tanto che la seconda versione (oggi a Palazzo Pitti) viene esposta alla grande mostra del 1865 in occasione delle celebrazioni dantesche nella allora Firenze capitale del regno.

Ma l'immagine di Peterlin veicola molto di più che il rimpianto del Poeta per la sua terra. Il Vate non è solo corrucciato a riflettere sui destini ancora fumosi dell'Italia; dallo sfondo dei lidi ravennati nasce infatti una seconda chiave di lettura: il pensiero politico sviluppato nella tarda maturità e forgiato durante i duri anni d'esilio. Dunque, non più Dante guelfo bianco (sostenitore del papato seppure secondo una formula moderata), ma il "ghibellin fuggiasco" (di foscoliana memoria) che cacciato da Firenze guelfa (nera) aveva riformulato il proprio giudizio politico schierandosi a favore dell'imperatore. In modo analogo buona parte degli italiani di Marche, Emilia e Romagna, proprio mentre Peterlin mette mano ai pennelli, attraverso un plebiscito si schierano a favore dell'annessione al regno d'Italia. Per rincarare la dose sull'attualità di Dante, all'epoca non mancò chi volle addirittura vedere nella profezia virgiliana del Veltro proprio l'immagine di Vittorio Emanuele II di Savoia.

Per saperne di più

OPERA IN MOSTRA: Domenico Peterlin, Dante in esilio, 1860, olio su tela, Musei Civici di Palazzo Chiericati, Vicenza.

OPERA FUORI MOSTRA: Enrico Pazzi, statua di Dante, 1868, Piazza Santa Croce, Firenze.

LIBRO: Dante vittorioso, il mito di Dante nell'Ottocento, a cura di E. Querci, Allemandi, Torino, 2011.


LA PIEVE DI SAN FLORIANO

16/07/2016

La storia di questa piccola chiesetta arroccata sul crinale del Gjaideit è fortemente intrecciata al tessuto delle tradizioni illegiane; L'affezione degli illegiani nei confronti della pieve di San Floriano è così marcata - racconta Dolores Iob - che, durante il terremoto del 1976, gli abitanti erano più dispiaciuti per i danni alla pieve che per il crollo delle case del paese.

La venerazione nei confronti del Santo ha radici profonde e antiche e, mescolandosi alle tradizioni popolari, scandisce il calendario contadino del paese. La tradizione vuole ad esempio che il 4 maggio, nel giorno in cui si commemora San Floriano, si salga in processione alla pieve eseguendo una complessa litania in latino; a questa commemorazione fa seguito una più grande festa nella seconda domenica di maggio quando, in maniera mondana, durante la sagra del paese si festeggia nuovamente il Santo.

Pur non essendo una delle più antiche della Carnia, la pieve in passato godeva di un sicuro prestigio, essa era infatti chiesa matrice di un piviere che si estendeva alla valle dell'Incaroio comprendendo le filiali di San paolo d'Illegio, San Bartolomeo di Imponzo e San Vito di Paularo. Non dite però ad un illegiano che San Floriano appartiene anche ad altri, si potrebbe arrabbiare!

La parte più antica della struttura risale al IX secolo, anche se è cosa certa che la zona fosse frequentata già dai secoli precedenti l'edificazione della muratura; d'altronde il guardo privilegiato della chiesa verso l'alta valle del But, canale d'accesso al Norico, ha fatto supporre che l'altura, e forse la pieve stessa, fosse utilizzata nell'epoca immediatamente successiva allo sgretolamento dell'impero romano come sede di vedetta per segnalare i pericoli e le incursioni provenienti dal passo di Monte Croce carnico, unica via d'accesso della valle ai territori transalpini.
La struttura della pieve di San Floriano ha beneficiato nel tempo di importanti rinnovamenti strutturali databili soprattutto intorno al XV secolo: l'aula viene ingrandita fino alle dimensioni attuali, si edifica l'abside contraffortata, si aggiungono la cripta, il portico voltato e l'ingresso settentrionale. Di poco successive le campagne di decorazione: all'interno dell'edificio si conserva un maestoso altare ligneo di Domenico da Tolmezzo (del 1479), l'altare in pietra dipinta del 1511 opera del maestro Carlo da Carona e nella cappella di San Vito un significativo ciclo di affreschi, databili al 1604, di Giulio Urbanis da San Daniele, allievo di Pomponio Amalteo.
Il suggestivo cammino che si compie a piedi per raggiungere la pieve nella quiete boschiva di un sentiero di montagna ci trasforma in pellegrini e ci costringe a lasciare alle spalle il trambusto della città, disponendo l'animo a cogliere la suggestiva atmosfera di questo gioiello di arte e fede che da secoli veglia sulla pacifica valle con occhio benevolo.

Per un ulteriore approfondimento:

LUOGO: La pieve è visitabile ogni domenica previa prenotazione

LIBRO: La pieve di San Floriano, a cura di F.De Vitt, Forum, Udine, 2006

FOTO: Erica De Gasperin


GIACOMO CERUTI: IL PITTORE DELLA REALTA'

14/07/2016

Non è che il Ceruti sia soltanto buono, egli è soprattutto giusto. E la sua giustizia sa amare il mondo così a fondo, e così a fondo legarsi alle sue sorti, da offrircene la prova più trepida, ferma, definitoria e solenne. Ebbene, il sentimento di giustizia lo indusse a capire che bastava riconoscere e illuminare tutta e intera la vicenda della vita con lo sguardo e l’affetto di chi ne batte lo stesso passo faticoso e dolente; niente allora ha bisogno d’esacerbarsi o d’uscire dalle proporzioni reali, perché attraverso quella prospettiva, ogni cosa conserva la presenza, la forza, la bellezza, l’inganno, la gioia, la necessità e il dolore che le son propri.

(G. Testori, 1966)

Niente più che il vero abito, il vero straccio, la vera carne; niente più che la vera verità. Questo è ciò che Giacomo Ceruti esclama nella sua pittura, e lo fa mediante un suo preciso ma larghissimo concetto di stile e di forma, funzionale non alle regole della dignità stilistica ma a quelle della dignità del vivere.

Così nel “Pellegrino dormiente” lo sguardo indugia sulla realtà raccontata dalle scarpe usurate, dalla delicatezza del volto stanco e assopito del viandante, dalla sua posa di abbandono al torpore del sonno. Ma il vero del Ceruti va oltre, e si cela nell’apparente quotidiano affaccendarsi di figure nella piazza antistante alla chiesa sullo sfondo. È la Gregori la prima a riconoscere nell’edificio la chiesa bresciana di S.Alessandro così come si presentava prima dei moderni rifacimenti. L’individuazione della struttura, cui il pittore dà una particolare evidenza, permette di andare più a fondo nel significato dell’opera, grande come una pala d’altare, di soggetto profano ma direttamente appoggiata al “S.Rocco medicato da un Angelo” del Moretto, oggi a Budapest, ma che, ancora nel Settecento, era conservato a Brescia, proprio in S. Alessandro. L’edificio è il punto di riferimento simbolico che spiega perché in questa piazza il pellegrino devoto si sia appisolato sotto l’albero accanto al suo misero bagaglio: la scenetta di elemosina, le bancarelle del mercato e gli addobbi calati dalle finestre indicano infatti l’avvicinarsi della festa di S Rocco, riferimento votivo che appare vero motivo iniziatore dell’opera.

La stesura compatta e levigata, la spazialità ampia e l’impaginazione ariosa della scena sono espressione della produzione tarda dell’ artista che dimostra, ancora una volta, d’essere il miglior pittore bresciano del Settecento, spontaneo e insuperabile maestro di schietto realismo. 

OPERA IN MOSTRA: Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto, Pellegrino dormiente, 1730-1735, Fondazione R.Longhi, Firenze

OPERE FUORI DALLA MOSTRAMoretto da Brescia, San Rocco curato da un angelo, Szépmüvészeti Múzeum, Budapest.

LIBRO: M.Gregori, Giacomo Ceruti, Pizzi, Milano, 1982. F.Ferro, Giacomo Ceruti, Fabbri, Milano, 1966.


I RE MAGI TRA STORIA ARTE E LEGGENDA

13/07/2016

La presenza dei Magi in adorazione accanto alla mangiatoia di Gesù è una delle immagini più comuni e ricorrenti dell'iconografia cristiana, al punto che ci pare naturale inserirli come parte integrante della tradizione liturgica legata alla nascita di Cristo. Da sempre la loro significativa partecipazione alla natività assume un potente contenuto spirituale: il valore universale del Verbo riconosciuto anche dalle genti straniere, convenute dai remoti angoli della terra per rendere omaggio alla sua incarnazione.

Il forte simbolismo attribuito a questo momento ha fatto sì che, nel corso dei secoli, le figure de Magi abbiano permeato la cultura e l'immaginario cristiano rimanendo, malgrado la difficoltà interpretativa di tali passaggi, uno snodo centrale della tradizione e del culto cristiano.
Ma cosa sappiamo veramente dei Magi? Questo tema così ricco di suggestioni e significati rimane tutt'oggi misterioso. Le informazioni fornite dall'unica fonte canonica che cita il loro passaggio, il Vangelo di Matteo, sono infatti molto scarne. Scrive l'Evangelista

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo».

Dei quattro evangelisti solo Matteo il pubblicano, convertito da Cristo stesso, fa riferimento alla venuta dei Magi. I suoi versi laconici non chiariscono la loro identità, non specificano il numero né tanto meno indicano la loro origini, vagamente identificata con l'Oriente; maggiore chiarezza solo sui doni che portano al cospetto del bambino: l'oro, l'incenso e la mirra.

Troppo poche sono le informazioni fornite da questi brevi passi per soddisfare la forte curiosità che fin da subito investe le comunità dei primi cristiani, a tal proposito vengono in soccorso ulteriori elementi recuperati da fonti apocrife e testi extra biblici. Accertata da diverse fonti la loro abilità astronomica ed astrologica, sottintesa anche dall'evangelista Matteo che li vuole appunto guidati dalla stella. Per Erodoto, ad esempio, i Magi erano consiglieri apprezzati e indiscussi del re medo Astiage, da lui interpellati per i problemi di maggiore gravità. È dunque impossibile ricondurli semplicemente all'interno della casta sacerdotale seguace di Zoroastro o sminuire le loro pratiche come mera stregoneria; essi sono i portavoce di un sapere antico di natura sapienziale, religiosa e misterica; e a questa apertura di vedute si ricollega la loro precoce comprensione del messaggio cristiano.

Per la definizione del profilo iconografico, determinanti sono i contributi delle fonti apocrife che forniscono i dettagli necessari per una più precisa definizione dei personaggi. Si cita, ad esempio, il loro vestiario e le loro caratteristiche: abiti ampi, colore della pelle mediorientale, berretti del tipo frigio e braghe alla persiana. Le fonti, sebbene non sempre concordi, riportano i loro nomi e la rispettiva provenienza: Melchior, re dei persiani, Balthasar re degli Arabi, e Gaspar re dell'India. Agli apologeti e ai padri della Chiesa spetta il compito di sistematizzare e filtrare tutta questa congerie di notizie tessendo i tratti con cui i magi verranno riconosciuti nella tradizione e nell'arte fino ai giorni nostri. Le stesse fonti fissano in tre il numero dei Magi; a questo proposito si tenga presente che, se Matteo taceva circa il numero preciso mentre i testi extra biblici oscillavano da uno e dodici, si tratta di un termine dalla forte valenza simbolica: a solo titolo di esempio, tre sono le età della vita (giovanile, matura e anziana) e tre sono le tribù discendenti dai tre figli di Noé (Cam, l'africana, Sem, l'asiatica, e Jafet, l'europea). Quest'ultimo aspetto sott'intende non solo l'universalità del messaggio cristiano, diffusosi nei tre continenti allora conosciuti, ma offre anche un nuovo spunto iconografico: la tripartizione razziale dei Magi, per cui sotto il profilo pittorico si codifica la caratterizzazione di uno dei magi (Baldassare) con l'incarnato fuscus, come viene definito nel testo del Venerabile Beda; questo aspetto assumerà nell'arte una declinazione netta e specifica dando tratti negroidi ad uno dei tre.

Per saperne di più

OPERE IN MOSTRA: Francesco Marmitta, Dittico del viaggio dei Re Magi e dell'annuncio dei pastori, 1470-1510, olio su tavola, Musei Civici palazzo Chiericati, Vicenza; Bernardino di Betto Betti detto Pinturicchio (attribuito), Partenza dei Magi, 1510, olio su tavola, galleria Tornabuoni, Firenze.

OPERA FUORI DALLA MOSTRA: Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi, 1423, tempera su tavola, Uffizi, Firenze

LIBRO: Franco Corradini, I Re Magi storia e leggenda, Marsilio, Venezia, 2000.


LABORATORI CREATIVI: INTERVISTA AL QUADRO

16/07/2016 ore 16:30

Nuovo appuntamento a Illegio per i più piccini: vi aspettiamo sabato 16 luglio alle ore 16:30 per viaggiare assieme negli spazi meravigliosi e fantastici dei dipinti della mostra "Oltre". Le opere d’arte sono delle vere e proprie finestre su un mondo a noi distante e disvelano un viaggio ricco di emozioni e di racconti.

La conoscete la storia di Enea? E cosa sapete delle tante avventure di Ulisse? E dei molti viaggi narrati nella Bibbia? Ma chi saranno tutti quei buffi personaggi? E cosa ci vorranno mai raccontare? Il percoro inviterà i ragazzi a improvvisarsi giornalisti, immaginando un dialogo con i quadri e con le più disparate figure che li abitano.

Età consigliata: 10-15 anni

Tutti i laboratori presuppongono la visita guidata alla mostra con tutta la famiglia. 
I laboratori sono gratuiti previa prenotazione tramite mail illegio.bambini@gmail.com 
o telefonando al 347 3962621.

Laboratori a cura di Erica De Gasperin, Nicole Pravisani e Giulia Toffoletti


LA VIA DEI MULINI

11/07/2016

Uno dei luoghi più suggestivi di Illegio è la via dei Mulini, un breve percorso che si snoda dall'ingresso del paese e, risalendo il corso del rio Touf, giunge al bacino delle risorgive. Recentemente rinnovato grazie ad accurati lavori di restauro, questo cammino permette di toccare con mano le vestigia dei vecchi mulini che servivano il paese.

La portata costante e la natura calma del corso d'acqua ha favorito lo sviluppo della parte più antica del paese e delle prime attività artigianali: a partire dal Seicento si installano sul rio Touf ben otto tra mulini, piste da orzo (una macina per la decorticazione del cereale) e una segheria. Tale abbondanza di macinatoi era legata alla specificità dell'agricoltura carnica: prima della capillare diffusione del mais e della patata, coltivazioni importate dalle Americhe e recepite con un certo ritardo nel vecchio continente, l'agricoltura di sussistenza si basava sulla coltivazione di grano, frumento, orzo e segale. Tale orientamento agricolo verrà in seguito abbandonato in favore del granturco, delle patate e della coltivazione di legumi. Il cambiamento di indirizzo agricolo del paese ha avuto, nel tempo, significative ripercussioni sui mulini portando ad una loro progressiva dismissione. Già agli inizi del '900, infatti, delle originarie otto strutture ne permanevano in attività sei. Un più importante processo di abbandono delle tradizioni contadine avviene nella seconda metà del secolo: negli anni Settanta solo due macine rimangono in attività, il Mulin dal Flec (detto anche dal Ros) e il Mulin di Nardùz (oggi conosciuto anche come il "vecchio mulino"). Oggigiorno solo il Mulin dal Flec è rimasto in attività grazie agli sforzi de sig. Firmino Scarsini, mugnaio d'Illegio. Purtroppo recentemente, a causa dell'usura, la ruota del mulino ha smesso di funzionare ed è in corso una delicata opera di riparazione che si spera possa condurre a breve al ripristino della funzionalità della struttura.

Per saperne di più

LIBRO: Scarsini A., Illegio, valore culturale e storico di un borgo della Carnia, Comune di Tolmezzo Editore, Tolmezzo, 1995.


FRANCESCO MAFFEI: I MODELLI PER LA "CONVERSIONE DI SAN PAOLO"

08/07/2016

Teletta di spettacolosa bravura nella foga compositiva, e pittoricamente stupenda per la calda intonazione del gran cavallo bianco spiccante tra gli altri cavalli scuri, e per il prezioso accordo dei toni rosso rubino e cremisi del drappo, col manto sfilato e coi calzari blu lavanda e oro.” (C.E.Rava)

L’opera, proveniente dai Musei Civici di Pesaro, è testimone della produzione matura di Francesco Maffei, artista vicentino che, per concorde giudizio di critica, muovendo dagli insegnamenti della bottega dei Maganza, redime la pittura veneta del Seicento dalle remore del più stanco manierismo.

La composizione della sua Conversione di San Paolo, però, sembra ispirarsi ancora a prototipi manieristi che trovano una matrice nei modelli raffaelleschi degli affreschi vaticani. La figura del cavallo imbizzarrito e del tumulto dei soldati circostanti sembra essere derivata con chiarezza dalla "Battaglia di Massenzio e Costantino” affrescata probabilmente da Giulio Romano su disegno di Raffaello. Si noti addirittura il recupero puntuale del soldato dalle braccia incrociate che viene riproposto nella medesima posa, seppur con dovizia pittorica certo meno pregiata, nell’opera del Maffei. La conoscenza di queste autorevoli fonti sarebbe derivata all’artista dalla circolazione delle stampe e dei disegni, che specialmente nella formazione e nell’attività di un maestro di provincia come il Maffei, si dimostrano strumento fondamentale di apertura e di aggiornamento costante. Rimarrà questo un dato caratterizzante di tutta la produzione maffeiana, riaffiorante anche nella sua maturità ove conoscenza delle incisioni e delle fonti pittoriche dei maestri del Rinascimanto dimostrano di quale studiata elaborazione sia frutto la presunta spontaneità delle sue composizioni.

Il vanto della sua personale grandezza si riconosce non solo nell’acume con cui giunto a Venezia avvertì subito quali fossero le energie ancor vive del passato e quelle fresche di innovazioni del presente, ma soprattutto nella capacità con la quale assimilò e rifuse tutti gli stimoli entro l’ambito di una originale visione che trasfigura la realtà in un turbine impetuoso di gesti e colori.

Per un ulteriore approfondimento:

OPERA IN MOSTRA: Francesco Maffei, La conversione di San Paolo, 1545-1555 ca., Musei Civici, Pesaro.

OPERE FUORI DALLA MOSTRA: Giulio Romano, Battaglia di Massenzio e Costantino, affresco, Sala di Costantino, Vaticano, Roma, 1520. Raffaello, Incontro di Leone Magno con Attila, Stanza di Eliodoro, Vaticano, Roma, 1513-1514

LIBRO: P:Rossi, Francesco Maffei, Berenice, Milano, 1991; N. Ivanoff, Francesco Maffei, Le Tre Venezie, Padova, 1947.


MASCAGNI A TOLMEZZO

Sabato 9 luglio Illegio raddoppia i suoi appuntamenti e si prepara ad essere uno splendido palcoscenico di musica e arte. Il pomeriggio con le iniziative speciali – visite guidate nel borgo alle 15:30 e il laboratorio creativo "Viaggiatori riciclati" alle 16:30 - collegate alla mostra «Oltre. In viaggio con cercatori, fuggitivi, pellegrini», e la sera alle 21:00 con il concerto lirico sinfonico gratuito "Mascagni a Tolmezzo", che riproporrà esattamente dopo 100 anni il programma che Pietro Mascagni diresse il 9 luglio 1916 proprio a Tolmezzo.

Il 9 luglio del 1916, Pietro Mascagni, già illustre e famoso maestro, fece visita al figlio a Tolmezzo, che prestava servizio come capitano del Genio Militare nella Zona Carnia, e qui organizzò e diresse due concerti "a conforto dei soldati e degli ufficiali reduci dalle vicine zone di combattimento" e a beneficio di Asili di infanzia. L'incasso della serata fu interamente devoluto "pro mutilati di guerra".

Durante la serata si esibiranno Associazione Culturale e Musicale Tourdion, maestro del coro Federico Lepre, il Coro Metropolitano Veneto, maestro del coro Mauro Perissinotto, il Coro "Tita Copetti", maestro del coro Daniele Cuder, l'Orchestra Filarmonica "Enrico Segattini", Direttore M° Maurizio Zaccaria Interverranno il tenore Francesco Cortese, il baritono Christian Franceschi e il basso Fulvio Fonzi.

Programma

G. Rossini, Il barbiere di Siviglia , Sinfonia
G. Rossini, Il barbiere di Siviglia, La calunnia per basso e orchestra
G. Verdi, Macbeth, Preludio
G. Verdi, Macbeth, Patria oppressa per coro e orchestra
P. Mascagni, L' amico Fritz , Intermezzo
P. Mascagni, Cavalleria rusticana, Addio alla madre per tenore e orchestra
R. Zandonai, Alla patria, per coro e orchestra
V. Bellini, I Puritani (Finale II), Duetto «Suoni la tromba» per baritono, basso e orchestra
P. Mascagni, Cavalleria rusticana, Intermezzo
P. Mascagni, Cavalleria Rusticana, Brindisi per tenore, coro e tenore coro e orchestra
bis: G. VERDI, Nabucco, Va' pensiero per coro e orchestra.

Nel pomeriggio consigliamo le iniziative:
laboratori creativi e visita guidata al paese. Sono gratuiti e si svolgono ogni sabato pomeriggio. Per info e prenotazione laboratori: 3473962621 ; per approfondimenti: http://www.illegio.it/news


QUATTRO PASSI AD ILLEGIO

09/07/2016 - ore 15:30

Giungere nell'antico borgo di Illegio significa entrare in un pacifico frammento di mondo lontano dal frastuono della città. Un percorso guidato tra storia, memoria e tradizioni, alla scoperta degli scorci più preziosi e suggestivi del paese, vi farà ritornare indietro nel tempo per riscoprire una dimensione incontaminata della nostra cultura!
Ogni sabato
ore 15.30

Utenza: adulti e bambini SENZA PRENOTAZIONE!
Luogo di ritrovo: Piazza G.B. Piemonte, davanti alla Chiesa della Conversione di San Paolo.


BOTTICELLI E IL RITRATTO DI CARLO VIII

06/07/2016

Nella misteriosa Adorazione dei Magi di Botticelli in primo piano spicca un uomo dall'imponente spadone, vestito alla moda francese con un berretto bianco piumato in testa. Ai contemporanei di Botticelli non doveva essere sfuggite né l'attualità del contenuto, l'arrivo dei francesi a Roma che venne vissuto all'epoca come un avvenimento annunciato da segni e presagi di origine divina, né la straordinaria somiglianza di uno dei personaggi della tela con re Carlo VIII di Valois, figlio di Luigi XI e Carlotta di Savoia, salito al trono di Francia all'età di tredici anni.


La sua famigerata "discesa" in Italia alla testa di 30.000 uomini, da molti considerata un'occasione di profondo rinnovamento spirituale e politico per la penisola, si rivelò al contrario la miccia che innescò le "horrende" guerre italiche - Machiavelli dixit - responsabili di un lungo periodo d'instabilità politica.

Il pittore fiorentino, testimone del trionfale ingresso a Firenze del monarca francese avvenuto il 17 novembre 1494, riporta fedelmente le sue fattezze sulla tela. Pare che Carlo VIII non fosse un uomo particolarmente avvenente: descritto da molti come di statura modesta e deforme (ribattezzato per questo "re petito" dagli italiani) e considerato dai più non particolarmente intelligente, aveva un naso imponente ed aquilino, labbra sporgenti e occhi vacui. Alcuni storiografi dell'epoca ci offrono delle testimonianze che confermano la veridicità del ritratto botticelliano; l'ambasciatore veneziano Zaccaria Contarini, che lo conobbe nel 1492, così lo descrive:

"La maestà del re di Francia è di età di 22 anni, piccolo e mal composto della persona, brutto di volto; ha gli occhi grossi e bianchi e molto più usi a veder poco che veder assai, il naso aquilino similmente grande e grosso molto più del dovere, i labbri eziandio grossi, i quali continuamente tiene aperti, ed ha alcuni movimenti di mano spasmodici che paiono molto brutti a vedersi, ed è tardissimo nella locuzione. Per opinione mia, la quale potrebbe essere falsa, tengo per fermo che d'ingegno e di corpo poco valga; tuttavia è lodato da tutti a Parigi perché è gagliardissimo a palla, a caccia, e alla giostra, nei quali esercizi o bene o male ci mette e distribuisce tempo assai."

Sottolinea l'inettitudine agli affari di stato anche Francesco Guicciardini nella sua Storia d'Italia, anche se il letterato e storico italiano era troppo giovane all'epoca dei fatti per aver conosciuto il monarca di persona."Questo sovrano, e per natura poco intelligente delle azioni umane, è trasportato da ardente cupidigia di signoreggiare e da appetito di gloria, e ciò piuttosto per leggerezza d'animo ed impeto che per maturità di consiglio, e prestando, o per propria inclinazione, o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede ai signori ed ai nobili del regno, dacché era uscito della tutela di Anna duchessa di Borbone, sua sorella, non udiva più consigli dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola condizione, allevati al servizio della persona sua, che facilmente erano stati corrotti".

Per un ulteriore approfondimento:

OPERA IN MOSTRA: Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1500, tempera su tavola, Galleria degli Uffizi, Firenze

OPERA FUORI DALLA MOSTRA: Scuola francese, Ritratto di Carlo VIII di Francia, XVI secolo, Musée Condé, Chantilly

LIBRO: J-L.Fournel, J.C. Zancarini, Guerre d’Italia 1494-1559, Firenze, Giunti, 1996. 


DOMINIQUE PAPETY E LA GENESI DEL MOSE' CHE PERCUOTE LA ROCCIA

01/07/2016

Figlio di un saponiere di Marsiglia, Dominique Louis Ferreol Papety si forma con maestri locali fino a che, riconosciuto il suo talento, si iscrive alla prestigiosa École des Beaux Arts di Parigi dove frequenta l'atelier di Léon Cognet. L'opera esposta alla mostra di Illegio, Mosè che percuote la roccia con un bastone, risulta nodale nel percorso del giovane artista francese poiché gli garantirà la vittoria del Grand  Prix de Rome, ambito concorso che aveva in palio una borsa di studio per la sede romana dell'Accademia di Francia a Villa Medici.

Fondato nel 1666 dal ministro delle Finanze di Luigi XIV, il pensionato romano era il premio più ambito per un giovane pittore poiché, oltre a essere una proficua occasione formativa, permetteva al pittore laureato all'École parigina di arricchire il suo curriculum con l'esperienza romana garantendogli l'accesso alle migliori commesse statali e una carriera di sicura fama e successo. Papety soggiornerà a Roma dal 1837 al 1842 giovandosi delle lezioni di Jean Auguste Dominique Ingres, direttore della prestigiosa istituzione fino al 1840.

Il tema biblico, compito d'esame per i concorrenti al Grand Prix de Rome del 1936, viene assegnato dalla giuria dell'École des Beaux Arts che non era insolita affidarsi a questo genere di soggetti; il Vecchio Testamento, infatti, era parte del bagaglio della "pittura di storia", vero e proprio banco di prova per uno studente d'arte. Lo dimostra il fatto che le tematiche mosaiche ricorrevano con una straordinaria frequenza nella scelte della commissione: ad esempio, Eugène Roger aveva ottenuto la borsa di studio per Roma appena tre anni prima con l'opera Mosè e il serpente di bronzo. La scelta di appoggiarsi alle vicende bibliche che avevano come protagonista il liberatore e il legislatore del popolo d'Israele non è priva di forti connotazioni politiche, in quanto all'epoca la Francia stava vivendo un delicato momento di assestamento segnato dalle tensioni tra monarchici conservatori e forze liberali sorte in occasione della svolta autoritaria di Carlo X. Dopo le tre gloriose giornate del luglio 1830, che portarono all'abdicazione dell'ultimo discendente del ramo regnante dei Borbone di Francia, salì al trono Luigi Filippo d'Orleans, monarca moderato il cui regno dovette scontare, per i successivi dieci anni, una forte instabilità. Il desiderio di ripristinare la stabilità politica dopo i travagliati anni della Restaurazione non tarda ad emergere in controluce in molte delle opere dei più grandi intellettuali dell'epoca, i quali adottano la figura del Mosè biblico come epitome del leader carismatico che guida il popolo con pugno saldo fuori dalla tirannia egiziana, nelle asperità del deserto, verso la terra promessa. Crescono nel secondo-terzo decennio dell'Ottocento i componimenti che modellano tale immagine di Mosè: la tragedia Moïse di François-René de Chateaubriand, il Mosè in Egitto di Rossini, il Moïse sure le Nile di Victor Hugo e il poema Moïse di Alfred de Vigny.

Tale sentimento viene cavalcato anche da Papety quando nel 1836 vince il Prix de Rome, a pari merito con Charles Octave Blanchard, cimentandosi sulle vicende tratte dal diciassettesimo capitolo dell'Esodo ove si raccontano le vicissitudini del popolo d'Israele durante il lungo pellegrinaggio nel deserto. Nello specifico, il passaggio biblico racconta del transito a Refidim dove a causa delle privazioni subite e della sete sorgono tumulti e tensioni all'interno del popolo ebraico che inizia a rimpiangere la permanenza in Egitto. Su suggerimento divino, Mosè colpisce la pietra con il suo bastone, lo stesso con cui aveva separato le acque del mar Rosso, facendo sgorgare dell'acqua per dissetare il popolo d'Israele. L'artista rimane particolarmente fedele alla narrazione biblica citando attraverso dettagli specifici alcuni passaggi: la presenza degli anziani d'Israele accanto a Mosè, così come prescritto da Dio, rispecchia fedelmente i passi veterotestamentari, mentre la notevole presenza di elmi (usati come gavette per attingere alla fonte) e di figure in armi fa intuire il futuro sviluppo degli eventi, vale a dire la guerra contro gli Amaleciti.

A colpire nell'opera è la severità del leader di Israele, cui l'artista conferisce un profilo altero, ripreso dall'omonima scultura michelangiolesca, che lascia intuire il fermo indirizzo della sua guida. Papety e Blanchard per l'architettura compositiva della loro opera sfruttano un modello illustre, Nicolas Poussin, che sul medesimo tema, due secoli prima, aveva realizzato due tele. Papety si avvale del modello del maestro francese sviluppando con maggior enfasi la cesura spaziale tra Mosè e gli anziani da un lato e il popolo dall'altro. Il pittore coglie Israele nell'attimo in cui ha placato la sete, senza tuttavia cadere in una eccessiva drammatizzazione delle gestualità, in cui indulge invece Blanchard, ma mantenendo un sobrio rigore compositivo, una linea pulita e un'attenzione all'antico che lo indurranno in seguito ad accordare la sua pittura a molti degli insegnamenti di Ingres. A differenza del collega e di Poussin, Papety cristallizza il momento immediatamente successivo al compiersi del miracolo, segnato del ritorno di Israele dissetato alla docile obbedienza nei confronti del suo condottiero; questa scelta narrativa pare trascurare intenzionalmente l'intervento divino spostando, nel contempo, il fulcro dell'azione sulla figura di Mosè vittorioso, non a caso di lì a poco la sua gente lo seguirà fedelmente nelle guerre contro Amalek. Nell'opera di Papety lo stretto legame che emerge tra Mosé ed Israele è un dettaglio che rende ancora più netta l'assimilazione da parte del pittore delle vicende politiche francesi: Luigi Filippo sarà infatti il primo sovrano ad assumere il comando con il titolo non di re di Francia bensì di re dei francesi, legando il potere non più alla grazia di Dio ma alla volontà del popolo.

Per un approfondimento ulteriore


OPERA IN MOSTRA: Dominique Louis Ferroel Papety, Mosé percuote la roccia, 1836, esposta ad Illegio fino al 9 ottobre.
OPERA FUORI DALLA MOSTRA: Nicolas Poussin, Moïse faisant jaillir l'eau du rocher, 1633-35, olio su tela, National Gallery of Scotland, Edimburgo; Nicolas Poussin, Le frappement du rocher, 1649, olio su tela Ermitage, San Pietroburgo.
LIBRO: Jonathan P. Ribner, Broken Tablets, the Cult of the Law in the French Art from David to Delacroix, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-Oxford 1993.


CASA MINIUZ

26/06/2016

Casa Miniùz è parte di un più ampio nucleo abitativo sviluppato attorno all'omonima corte, la cui costruzione può essere fatta risalire a un'epoca compresa tra la fine del '700 e gli inizi dell'800.

Il suo essere prospiciente alla piazza della chiesa ha spinto i costruttori a curarne in modo particolare la facciata, il cui prospetto originale si è conservato intatto nel tempo. Di rilievo è il lato meridionale della costruzione, rivolto all'interno della corte, sul quale si aprono gli archi voltati del porticato e i loggiati del primo piano, elementi che nel corso del tempo hanno subito modifiche consistenti e che sono stati in parte murati per adeguare la struttura alle esigenze demografiche e ridurre l'impatto degli agenti atmosferici.